giovedì, 29 novembre 2007

Dopo 40 anni, costretta a chiudere una chiesa cattolica a West Jakarta


Jakarta (AsiaNews) – Ancora una volta in nome della legge, la libertà di religione – uno di diritti umani garantito dalla Costituzione indonesiana – è stata violata. È successo il 23 novembre scorso a South Duri, West Jakarta, dove un gruppo di musulmani con l’appoggio delle autorità locali ha costretto la parrocchia cattolica della Christ’s Peace Church ad interrompere ogni attività religiosa. Il pretesto è sempre lo stesso: la parrocchia non ha il permesso legale per costruire luoghi di culto.
Benteng Reges

 
La Christ’s Peace Church conta almeno 4mila fedeli e nel fine settimana tiene tre messe. È attiva negli stessi edifici dal 1968. Contattato da AsiaNews il parroco, p. Matthew Widyalestari MSC, ha confermato l’incidente, di cui hanno parlato anche i media indonesiani: “Per ora il gruppo musulmano e la autorità governative locali ci hanno imposto di fermare tutte le nostre attività, adducendo come causa il ‘bene comune’”.
 
La vicenda
Tutto è cominciato per delle voci sulla costruzione di una nuova chiesa sulle terre della parrocchia. Funzionari del governo il 19 novembre sono andati a chiedere spiegazioni e il parroco non era in possesso del permesso per edificare luoghi di culto, ma solo una casa. Da allora un gruppo di musulmani locali, autodefinitosi Cooepration Forum for Mosque, Prayer Rooms and Kornaic Group of Duri Selatan, ha iniziato a mettere in discussione la stessa legalità della parrocchia, che “usa come chiesa quello che invece è il centro congressi della Fondazione Madre del Sacro Cuore”. Fino a che il 23 novembre, dopo la preghiera del venerdì, circa 70 musulmani si sono diretti al grido di “Allah è grande” contro la parrocchia, chiedendone la chiusura. È poi seguito un incontro tra i manifestanti, personale cattolico, autorità e polizia locale. “Alla fine - racconta p. Widyalestari - ci hanno costretti a firmare un documento, in cui ci impegniamo a metter fine ad ogni attività altrimenti ogni responsabilità di possibili aggressioni sarebbe stata solo nostra”. Volevano anche far togliere ogni simbolo religioso dall’edificio, “ma a questo ci siamo opposti fermamente”, aggiunge il sacerdote. Nel pomeriggio è poi arrivata la lettera ufficiale dal sotto distretto di Tambura, che impone la sospensione di ogni attività nella parrocchia.
 
Le difficoltà di poter praticare la fede
P.Widyalestari ammette che la zona dove sorge la chiesa era una zona ad uso residenziale. Per questo nel 1968 la cappella era stata avviata come stanza multifunzionale di una scuola cattolica guidata dalla Fondazione della Madre del Sacro Cuore. Ma la comunità è cresciuta e serviva altro spazio. Nel 1998 le autorità hanno cambiato la destinazione del territorio da uso residenziale ad uso sociale. La parrocchia ha seguito tutte le pratiche necessarie per ottenere il permesso di edificazione per una nuova chiesa, ma puntualmente le autorità lo hanno negato senza spiegazione. Gli edifici della comunità cattolica, inoltre, sono stati utilizzati più volte come centro di aiuti per tutta la popolazione locale in seguito a situazioni d’emergenza. L’ultima, durante le inondazioni di febbraio scorso.
In Indonesia un nuovo decreto ministeriale congiunto del ministero degli Affari religiosi e quello dell’Interno, nel 2005, doveva mettere fine ad episodi di violenza contro le cosiddette chiese domestiche, facilitando le pratiche per concedere i permessi di edificazione. Ma le aggressioni non sono finite e le comunità cristiane sono ancora costrette alla semi-illegalità, con il rischio di dover rinunciare del tutto alla pratica religiosa.
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venerdì, 23 novembre 2007

L’atroce legge dell'Islam

 

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Nazanin aveva sedici anni quando fu aggredita. Attraversava il parco pubblico di Karaj, non lontano da Teheran, aveva appena incontrato le amiche, scambiato qualche confidenza, tra quei sorrisi complici che illuminano a primavera il viso delle ragazzine di quell’età. Ad aggredirla sono stati tre soldati, l’hanno aspettata in un angolo vicino all’uscita, erano sicuri di farla franca, nessuno avrebbe ascoltato di certo le grida di aiuto di una ragazzina. Invece lei sotto il vestito non aveva niente. Aveva un coltello, che entrò senza fatica nel cuore del suo stupratore. Sentenza facile: condanna a morte. Per Nazanin. Colpevole di essersi difesa da chi la voleva morta. L’ha salvata una sollevazione internazionale, niente pena capitale, ma carcere duro e dovrà pagare i danni alla famiglia di chi ha cercato di stuprarla senza riuscirci. La sharia è così: non ha pietà per le donne, ovunque vai, dalle parti dell’Islam, se sei femmina il tuo destino è segnato, spesso dalle frustate. Nel mondo sono più di quaranta i Paesi che hanno adottato la legge musulmana come legge di Stato. E la fantasia nel colpire le donne non manca mai.

In Iran per le adultere c’è la pena di morte, preferibilmente attraverso la lapidazione. Con una precisazione però: «Le pietre non devono essere tanto grosse da uccidere il condannato al primo o secondo colpo, né tanto piccole da non poter essere definite vere e proprie pietre». Non si muore facile, non si muore subito. E se non porti il velo o se non ti vesti come si deve consolati: c’è la pubblica frusta. In Siria chi uccide la moglie adultera non viene punito, chi uccide il marito adultero invece fa la sua stessa fine. In Pakistan chi denuncia il proprio violentatore senza prove rischia la flagellazione. Ma la rischia lo stesso anche se non lo denuncia o se resta incinta. E a volte può capitare di essere violentate dai poliziotti un momento dopo aver presentato la denuncia.

La vita però a volte è più dura della morte. In Sudan quattro bambine su dieci sono costrette a svolgere lavori pesanti, in Indonesia, oltre a ricevere la metà della paga degli uomini, lavorano più ore, in condizioni più dure e se restano incinte vengono licenziate. Aver commesso reato oppure no in fondo conta poco. È essere donna che è un reato.

Massimo M. Veronese (Il Giornale)

 

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domenica, 18 novembre 2007

Violentata, il tribunale saudita la condanna a 200 frustate e sei mesi di prigione

 Riyadh (AsiaNews) – Una giovane saudita che è stata violentata da sei uomini, è stata condannata da un tribunale d’appello a sei mesi di prigione ed a ricevere 200 frustate. La sua colpa consiste nell’essere stata aggredita dalla banda dei violentatori mentre “era in automobile con un uomo che non è suo parente” e perché ha tentato di fare pressioni sul tribunale attraverso la stampa.

 
La sentenza, riferita da Arab News, è stata pronunciata da una corte di Al-Qatif, una cittadina nell’occidente dall’Arabia Saudita, alla quale l’Alto consiglio giudiziario saudita aveva rinviato la causa, dopo che la diciannovenne ragazza violentata si era appellata contro una prima sentenza che l’aveva condannata a 90 frustate. Ad aggravare la sua posizione, secondo la nuova sentenza, “il suo tentativo di influenzare il giudizio attraverso i media”.
 
La prima sentenza, emanata lo scorso anno, aveva condannato i sei violentatori a pene tra uno e cinque anni di prigione. Pena troppo mite, per l’avvocato della vittima, Abdul Rahman al-Lahem, per un reato teoricamente punibile con la pena di morte. Per la nuova sentenza dovranno scontare tra due e nove anni di prigione.
 
Il caso ha anche suscitato le proteste della comunità sciita, minoritaria in Arabia Saudita, alla quale appartiene la giovane, mentre i violentatori fanno parte del maggioranza sunnita.
 
La notizia della sentenza è stata largamente riportata dalla stampa araba, a volte con titoli come quello di Middle East Ondine: “Solo in Arabia Saudita, punita la vittima di una gang di violentatori”.
 
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sabato, 17 novembre 2007
"Date retta a me, vecchio incredulo che se ne intende: il capolavoro della propaganda anti-cristiana è l’essere riusciti a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza, a instillargli l’imbarazzo, quando non la vergogna, per la loro storia.
A furia di insistere dalla Riforma fino ad oggi, ce l’hanno fatta a convincervi di essere i responsabili di tutti o quasi tutti i mali del mondo. Vi hanno paralizzati nell’autocritica masochista, per neutralizzare le critiche di ciò che ha preso il vostro posto. Femministe, omosessuali, terzomondisti, esponenti di tutte le minoranze, contestatori e scontenti di ogni risma, scienziati, umanisti, filosofi, ecologisti, animalisti, moralisti laici: da tutti vi siete lasciati presentare il conto, spesso truccato, senza quasi discutere. Non c’è problema, o errore, o sofferenza della storia che non vi siano addebitati. E voi, così spesso ignoranti del vostro passato, avete finito per crederci, magari per dar loro man forte.
Invece io (agnostico, ma storico che cerca di essere oggettivo) vi dico che dovete reagire, in nome della verità. Spesso, infatti, non è vero. E se talvolta del vero c’è, è anche vero che, in un bilancio di venti secoli di Cristianesimo, le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre. Ma poi: perché non chiedete a vostra volta il conto a chi lo presenta a voi? Sono forse stati migliori i risultati di ciò che è avvenuto dopo? Da quali pulpiti ascoltate, contriti, certe prediche?"

Leo Moulin, storico.
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sabato, 17 novembre 2007

Ecco le foto inedite del black bloc Giuliani

 

Carlo Giuliani era un black bloc? L’interrogativo sorge automatico se si dà un’occhiata a un corposo rapporto del Ros e si visionano foto e filmati depositati al processo contro i no global che hanno devastato Genova. Il giovane ucciso al G8, martire no global a cui è stata dedicata un’aula del Senato, prima di morire in piazza Alimonda appare ovunque siano in corso scontri violentissimi tra le tute nere e le forze dell’ordine. È ripreso, ripetutamente, mentre lancia sassi, ribalta cassonetti, trascina le campane della raccolta differenziata per innalzare barricate. È sempre in prima fila nelle incursioni «mordi e fuggi» operate dalle componenti più dure dei manifestanti genovesi. Di Carlo Giuliani e del suo iperattivismo nei tafferugli, oltre alle carte processuali, fa cenno persino il pm Andrea Canciani nella sua terza requisitoria in aula. Ma c’è di più. Nel dossier della Sezione anticrimine dei carabinieri di Genova, curiosamente mai acquisito dall’altro pm (Zucca) che sostiene l’accusa nel processo parallelo ai vertici della polizia, non si va tanto per il sottile quando si tratta di affrontare la posizione del ragazzo ucciso mentre con un estintore si avventava verso una camionetta dei carabinieri.
A pagina 307 del documento, il Raggruppamento Operativo Speciale dei carabinieri affronta l’argomento Giuliani e rimanda agli allegati-video che il Giornale è riuscito a visionare. «Si segnala quanto contenuto nel filmato di Luna Rossa Cinematografica in cui si nota, di spalle, Carlo Giuliani che indossa una canottiera, il passamontagna, porta al braccio destro un rotolo di nastro adesivo e ha legato in vita un indumento. L’episodio, avvenuto intorno alle ore 14.30-15.00 si riferisce alla devastazione dell’ufficio postale sito in corso Sardegna da parte di una componente delle tute nere italiane e straniere, che sosteneva da qualche ora violenti scontri con le forze dell’ordine e aveva effettuato gravissimi danneggiamenti nell’area delimitata da via Tolemaide, via Montevideo, corso Torino, piazza Tommaseo». Macchine bruciate, saccheggi di supermercati, vetrine infrante: lo stesso gruppo nel film semina terrore e devastazioni. «Da altri video si rileva come Giuliani abbia precedentemente partecipato agli scontri in via Tolemaide fronteggiando le forze dell’ordine, travisato, impugnando un bastone e scagliando pietre». Nuove immagini, inedite rispetto a quelle di Giuliani immortalato a corso Gastaldi con un bastone e il passamontagna, con lo scotch intorno al braccio, canottiera bianca e la felpa annodata in vita, che lancia pietre e guida l’offensiva delle tute nere, immagini già pubblicate in esclusiva dal Giornale il 25 marzo 2002.
Sviscerando il contenuto di alcune intercettazioni effettuate a carico di noti personaggi della galassia anarchica, antagonista e disobbediente, il Ros torna su Giuliani a pagina 202 allorché riporta il contenuto di una intercettazione fra un certo Diego N. (già segnalato nell’indagine «Giotto» dall’Anticrimine di Bologna) e Guido Barroero, leader degli anarchici genovesi: «Carlo Giuliani era del giro dei black bloc», taglia corto il primo. E ancora. Nella sua terza requisitoria anche il pm Andrea Canciani accenna a una contiguità di Giuliani con la frangia più radicale dei manifestanti: «Alle ore 17.26 ci sono i manifestanti che spingono le campane in via Dassori e tra le persone da cui vengono spinte le campane c’è proprio Carlo Giuliani. Non interessa al pubblico ministero sottolineare questo coinvolgimento in certi comportamenti, ma ci interessa sottolineare come le campane vengano portate in corso Gastaldi e fatte rotolare contro le forze dell’ordine (…). Ci sono immagini che mostrano come la collocazione di queste campane all’incrocio tra via Caffa e via Tolemaide avviene prima dei fatti di piazza Alimonda, cioè durante un’offensiva dei manifestanti contro le forze dell’ordine».
Se si ha la pazienza di leggerlo tutto, il rapporto dei carabinieri, alla voce «Giuliani» spunta anche la zia, Maria Elena Angeloni. Un nome noto del terrorismo rosso prima maniera. La signora Angeloni era infatti considerata molto vicina a Corrado Simioni, tra i fondatori del centro studi parigino Hyperion, considerato la culla delle Brigate rosse. E proprio da un dissidio fra Simioni e il leader delle Br, Renato Curcio (che convinse la compagna Mara Cagol a non partecipare a un attentato all’ambasciata Usa ad Atene) nacque l’idea di incaricare la Angeloni per imbottire di esplosivo Ammon l’autobomba da parcheggiare sotto la sede diplomatica. Il congegno a tempo, però, venne azionato maldestramente. La donna saltò in aria come l’editore rivoluzionario Giangiacomo Feltrinelli. Alle ore 15.55 del 2 settembre 1970 Maria Elena se ne andò all’altro mondo insieme allo studente turco-cipriota Kostas Tsicuris: la Volkswagen si disintegrò al punto che la targa S022325 venne ritrovata ottocento metri più giù. Ventisette anni dopo, quella dimenticata parabola torna d’attualità. Se non era per il nipote, nessuno si sarebbe più ricordato della zia.

Gian Marco Chiocci (Il Giornale)

 

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mercoledì, 14 novembre 2007

November 13, 2007

Denmark: Muslim Tortures Woman For "Being Christian"

A 19 year old woman managed Sunday evening to escape from her torturer, a Danish citizen of Lebanese background.

She had been held captive for 9 days in a shed in the Sydhavnen district of Copenhagen where she had been beaten with an electric cable and subjected to other acts of violence by her boyfriend, a 19 year old Danish citizen from Lebanon. Sunday afternoon she managed to break out of her prison, climbed a fence and broke into a store, where she found a telephone and called her family.

The woman is now in hospital with extensive body damages. She had received almost nothing to eat and drink during the nine days. She has bruises from the beating and burns from cigarettes and from molten plastic that has been dripped onto her body. Her front teeth are knocked out, she has bleedings in both eyes, she has stab wounds all over her body and possibly a broken mandible. Part of her hair is burned away and her finger and toe nails are damaged, probably caused by pliers according to the police. A piece of her right thumb is missing.

She has extensive burn lesions on her legs from previous episodes of violence. The burns are caused by boiling water according to her own statement.

The violence has taken place over a period of one year, but has escalated drastically during the last month, according to the girl. The man threatened to kill her family if she reported him. Also, he has forbidden her to speak to her mother, because she is a Christian.

She is now under police protection, from fear that the family of the young man will try to harm her.

The full story (in Danish) comes from Jyllands-Posten

By WIKING

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lunedì, 12 novembre 2007

Il ricordo e l'orgoglio vivono per sempre.

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sabato, 10 novembre 2007

La Moschiesa

Perplessità per la decisione di fare di una parrocchia anche una moschea

Dalla terra veneta un nuovo dolore per i cattolici semplici: la Moschiesa di Paderno. Don Aldo Danieli, di concerto col Centro islamico di Treviso, ha trasformato la parrocchia in un ircocervo: per sei giorni chiesa, per un giorno moschea, a disposizione dei musulmani della zona. Quindi a Paderno il venerdì non sarà più il giorno della Passione di Cristo ma quello della preghiera in direzione della Mecca. Non conosciamo il teologo di riferimento di don Aldo ma siccome Paderno è frazione di Ponzano e Ponzano è il comune della Benetton avanziamo l’ipotesi che la prima ispirazione derivi da Oliviero Toscani, l’autore della indimenticata campagna pubblicitaria “United Colors”. Stavolta però l’indifferentismo non è applicato alle cromie cutanee bensì a qualcosa di più intimo e fondante: alle credenze religiose. “Preferisco i musulmani che pregano ai cristiani che bestemmiano” ha detto don Aldo ai parrocchiani esterrefatti. Passando in un balzo dalla linea Toscani alla linea Amato, il ministro secondo il quale è preferibile il velo alle veline. Purtroppo tutto questo non è cristiano, non è cattolico, non è evangelico. Gesù dopo la Resurrezione si presenta agli apostoli e usando il modo imperativo dice: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”. In quell’estremo frangente, pochi istanti prima dell’Ascensione, il Figlio di Dio non spreca le sue ultime parole terrene per spingere sul tasto della morale (a prendersela coi bestemmiatori e con le ballerine basta qualunque fariseo) ma su quello della verità. Andate, predicate, battezzate. A questo sono tenuti gli apostoli e a questo sono tenuti ovviamente i preti. Pertanto don Aldo deve certamente aprire la chiesa di Paderno ai musulmani, ma non per lasciarli nell’oscurità bensì per illuminarli circa la divinità di Cristo. Senza questa persuasione non è possibile il battesimo, che prevede la formula trinitaria “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Il prete che non fornisce gli strumenti della salvezza ai suoi fratelli è colpevole di mancanza di carità nei loro confronti. Può fallire, certo, e anche questo è previsto da Gesù nel Vangelo (Luca 10), quando esorta i discepoli ad allontanarsi dai refrattari con un gesto sublime, scuotendo la polvere dai propri calzari. Ma ci deve provare.

(Il Foglio)
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sabato, 10 novembre 2007

L’imam dà lezioni in tv: "Come picchiare le mogli senza fare peccato"

 

Il matrimonio? È un ring dove chi rischia il ko è solo lei. Certo non tutti i musulmani la pensano così, ma lo zelante predicatore saudita Muhammad Al Arifi, interprete del Corano e del pensiero del Profeta per la televisione libanese Lbc, ha pochi dubbi. I suoi insegnamenti televisivi ai futuri mariti lasciano poco spazio all’immaginazione. Le botte, a sentir lui, sono una componente essenziale della vita coniugale, come il buongiorno del mattino e il bacio della buonanotte. «Allah - spiega ai suoi allievi il religioso saudita - ha dato all’uomo un corpo più forte che alle donne». Quella dotta considerazione diventa la pietra angolare per spiegare l’inevitabilità delle busse, la legge del più forte che ogni moglie farà meglio a comprendere e ad accettare. Altrimenti le buscherà senza manco capire perché.
Loro, le donne hanno, del resto, ben poco da lamentarsi: «Il Signore le ha dotate di corpi delicati, fragili soffici perché loro usano meglio le emozioni del fisico... mentre l’uomo deve per forza usare le mani per riportare la moglie alla disciplina, lei può convincerlo usando le lacrime». Insomma lui magari la picchia, ma lei può rifarsi con un bella frignata. «L’uomo - precisa il dotto Al Arifi - è condannato a infuriarsi, la donna ottiene quel che vuole piangendo e facendo leva sulle emozioni». L’impari battaglia - fa intendere il religioso - è impossibile da vincere e i maschietti dopo aver strillato una, due, dieci volte non possono che passare all’azione. Attenzione, randellare la moglie non è né immediato, né inevitabile. Prima di farla nera ci sono almeno due passaggi obbligati: «Prima mettetela sull’avviso, una due tre quattro anche dieci volte, se questo non basta incominciate con il non farvi trovare a letto». L’abbandono del talamo, assicura Al Arifi, dovrebbe bastare. Una moglie non vedendo il marito coricarsi dopo una giornata di silenzi dovrebbe capire che è ora di far marcia indietro.
Ma ci sono anche le cocciute e le egoiste. Sono quelle così sicure di sé e così convinte di aver ragione da dire fra sé e sé: «Grazie a Dio se n’è andato per i fatti suoi, così avrò tutto il letto per me, potrò dormire da sola e rotolarmi da una parte all’altra come piace a me». Quando la moglie supera anche quell’estrema soglia d’impertinenza, il povero marito deve per forza ricorrere a quella che Al Arifi chiama «terza opzione». «Bastonarla», semplifica soddisfatto il pubblico dello studio televisivo. Al Arifi scuote la testa, sorride per tanto sano e naturale impeto. «Questo è giusto, ma come si fa a bastonarla, sentiamo un po’...». Alla fine tocca al religioso spiegare la raffinata arte delle botte coniugali. Innanzitutto niente colpi al volto. La regola del resto vale anche per asini e cammelli: «Se volete far camminare un cammello o un asino non potete colpirlo in faccia, quel che vale per le bestie deve valere anche per gli esseri umani». Sbaglia anche chi risparmia alla moglie denti rotti e occhi neri, ma la legna sul resto del corpo.Il segreto, consiglia Al Arifi, sta nell’interpretare la regola islamica che impone di colpirla «con un bastoncino». Se nell’ineluttabile urgenza della «terza opzione» il marito non trova uno stecchino, può usare «qualcosa di simile», ma non mettere mano a bottiglie, a spranghe o coltelli. Quelli - raccomanda il religioso - sono proibiti. «Fate sempre attenzione – aggiunge – a usare un bastoncino sufficientemente gentile» perché menare il somaro o la moglie non è la stessa cosa: «Un asino comprende solo le botte, ma una donna è, in genere, più sensibile alle emozioni». Dunque meglio contenere l’ira, non lasciarle troppi segni addosso e non farla sanguinare. Mai e poi mai imitare quelli che «colpiscono le mogli come se prendessero a pugni il muro, centrandole da destra a sinistra, senza risparmiarle neppure i calci... Fratelli – si raccomanda Al Arifi - così non va bene, non potete trattare così con un essere umano». La moglie va bastonata non per farle male – spiega il predicatore - ma per farle capire di esser andata troppo oltre, di aver superato il limite della maschia sopportazione. Insomma botte a volontà, ma con virile lucidità e mascolino giudizio.

Gian Micalessin (Il Giornale)

Questo predicatore non si inventa nulla, non è un "integralista" o un estremista, semplicemente, segue il Corano (parola letterale della divinità,ricordiamolo), come l'Islam prevede; ecco cosa "Dio" ordina ai suoi fedeli :

Corano 4,34 : " Gli uomini sono superiori alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l'insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse. Allah è altissimo, grande."

Ecco la religione di pace: se tua moglie non è d'accordo con te, pestala.


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sabato, 10 novembre 2007
9/11/2007

Chiesa diventa moschea il venerdì

Treviso, per favorire integrazione

Per favorire l'integrazione religiosa una chiesa diventa moschea ogni venerdì. E' accaduto a Paderno di Ponzano Veneto (Treviso). A renderlo noto è stata l'Auser, durante un convegno sull'integrazione in Italia tenutosi a Roma. Il parroco della chiesa di Santa Maria Assunta, don Aldo Danieli, ha deciso di riservare, ogni settimana, alcuni locali della parrocchia alla preghiera e all'incontro degli immigrati musulmani.

Le polemiche
"Mi appello al vescovo Mazzocato perché chiarisca la posizione di questo parroco che non sono convinto sia in linea con il comune sentire della Chiesa; non mi risulta, infatti, ci siano state in Veneto altre iniziative di questo genere", ha commentato il vicepresidente della Giunta Regionale del Veneto, Luca Zaia. "A parte il fatto che non esiste in questo nessun principio di reciprocità - ha detto Zaia - visto che nei loro Paesi non ci prestano certo le moschee per svolgere le nostre funzioni, comunque, la mia non vuole essere una presa di posizione frutto di pregiudizi, semplicemente non mi si faccia credere che l'integrazione passa attraverso queste iniziative buoniste. Io dico che integrazione significa ben altro e il processo, semmai, deve essere inverso, deve partire dagli immigrati.

La risposta 
A Ponzano risiedono 11.400 persone. I nuclei familiari di immigrati stranieri sono 232, circa 650 persone, provenienti soprattutto dal Nord Africa e dall'Est Europa. "E' inutile parlare tanto di dialogo se poi gli sbattiamo la porta in faccia. Papa Woytila li ha chiamati cari fratelli musulmani, come si fa allora a chiudergli la porta? Per me sono tutti figli di Dio"'. A parlare è don Aldo, 69 anni, dopo aver aperto le porte dell'oratorio della parrocchia, con annessa cucina e palazzetto.  Il venerdì sono circa 200 i musulmani che arrivano da varie parti e si riuniscono a pregare nel locale che un giorno alla settimana diventa una moschea, ma per la fine del Ramadan e la festa del montone il numero sale a 1000-1200. ''Loro me l'hanno chiesto e io ho detto di sì - spiega il parroco - Gli oratori del resto rischiano di fare le ragnatele".

Una decisione quella presa da don Aldo due anni fa che all'inizio ha fatto storcere il naso a più di un parrocchiano. E non solo visto che, come racconta lui stesso, anche il vescovo e la Curia hanno fatto arrivare all'orecchio di don Aldo le loro perplessità: ''Io, ingenuamente, non avevo chiesto il permesso nè al vescovo, nè a nessun altro perché per me è come fare la carità - spiega tranquillo e sicuro di sè don Aldo - Del resto sono più vecchio del vescovo e sono stato anche suo professore, così quando l'ho incontrato non ha avuto il coraggio di dirmi niente - racconta tra il serio e il faceto - Comunque se me lo avessero proibito non sarei stato disposto ad obbedire".

Loschifo della dhimmitudine, in un sacerdote, è ancora più grande.

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