domenica, 26 agosto 2007

 L’Europa «corretta» che continua a finanziare Eurabia

Bat Ye’or smentisce la diffusa convinzione che per essere forti ci voglia il fisico. È un donnino minuscolo con i capelli bianchi e occhi azzurrissimi, il suo nome significa in ebraico figlia del Nilo, ma dall’Egitto è stata cacciata nel 1957 perché è ebrea; ha sposato un inglese e oggi vive a Ginevra. Più del suo nome è il titolo del suo ultimo libro a essere diventato famoso, ormai un modo di dire per estrema sintesi quel che ci sta capitando e il rischio tremendo che l’Occidente corre: Eurabia. Oriana Fallaci ne fu fulminata, dal titolo e dal libro, opera di una storica rigorosa e durissima. Siamo a Cortina, sul palco del PalaLexus, e anche se conosco dall’inizio dell’impresa che ha svecchiato la scicchissima cittadina le capacità di Enrico e Jole Cisnetto, la loro “Cortina incontra” quest’anno è una vera macchina da guerra di politica e cultura, una boccata d’aria nella fogna italiana.
Che siano riusciti a portare perfino Bat Ye’or, per la prima volta in Italia, invece del solito cattivo maestro, il Fratello musulmano Tariq Ramadan, a un affollato incontro moderato da Duilio Di Giammaria, inviato del Tg1, lo dimostra una volta di più. È una studiosa famosa, tiene conferenze nelle maggiori università del mondo, ma non c’era uno straccio di giornalista a intervistarla. Quel che dice non piace alle orecchie dei politically correct. E non piace nemmeno il racconto tutto personale, che mette i brividi ad ascoltarlo, di un’altra ospite, un’europea che ha vissuto per nove anni nella famiglia dei Bin Laden in Arabia Saudita, perché ne aveva sposato uno, Carmen bin Laden. «Il velo strappato» si chiama il libro nel quale racconta come è riuscita a fuggire e a sopravvivere con le sue tre figlie, strappate a un destino di recluse.
L’incontro di Cortina è dedicato a Oriana Fallaci, tra poco sarà il primo anniversario della morte e potete stare certi che le celebrazioni saranno gestite in modo da rendere innocua la sua testimonianza, mentre si costruisce alacremente a Colle Val d’Elsa la moschea che lei avrebbe voluto far saltare, una moschea per ottomila musulmani quando in quella zona, per ora, ce ne sono meno di duecento, e un luogo di culto lo hanno già. Non potrebbe comportarsi diversamente Itabia, provincia di Eurabia, tra una moschea in piena costruzione al centro di Roma, che tutti sanno essere punto di raccolta per integralisti, e una povera Madonnina murata da un islamico irritato, e salvata da due signore, anziane e coraggiose, in un paese vicino a Lecco. L’avidità e l’ansia di consenso che finiranno col distruggerci, Bat Ye’or le chiama «dhimmitude», da «dhimmi», come venivano definiti i cristiani e gli ebrei che dal VII secolo sono stati obbligati alla regola musulmana, al tributo, e che oggi continuano a praticarli: per essere tollerati bisogna essere riconoscenti, degli infedeli sottomessi. È stata di sottomissione anche la politica filo araba dell’Europa negli ultimi trent’anni, l’era del petrolio, dei sensi di colpa per l’epoca coloniale, della follia antinucleare. Ora che in Francia, in Germania, in Svezia, tra poco anche in Italia, il controllo sulla politica migratoria è perso, i politici si ostinano a non ammetterlo. Dice Bat Ye’or: «Questo stato di dhimmitudine occulta, che ha le sue radici nella jihad millenaria, è però deliberatamente negato o non riconosciuto dagli attuali governanti europei. L’Europa preferisce ignorare la costituzione di una rete terroristica e finanziaria sul proprio territorio. Spera di poter comprare la propria sicurezza mediante aiuti per lo sviluppo, elargiti a governi che mai hanno ricusato la demonizzazione dell’Occidente radicata nella cultura della jihad». Uno dei massimi servigi resi dall’Europa «consiste nella delegittimazione dello Stato di Israele». La scrittrice accusa di «dhimmitudine» anche i mezzi di comunicazione europei: «Assolvono il terrorismo palestinese e islamico, lasciando credere ai lettori che la colpa sia degli Stati Uniti e di Israele».
Quando parlo dei guai combinati in un solo anno dal governo Prodi, in prima fila i ministri degli Esteri, dell’Interno e della sedicente Solidarietà Sociale, Bat Ye’or annuisce convinta, ma poi aggiunge che almeno qui da noi si parla, si discute, ci sono persone che a rischio forse della vita denunciano il pericolo, mentre altri Paesi tacciono perché non sanno che fare o perché sono completamente fuorviati dal politically correct. Eppure, quando le chiedono un giudizio sul presente, le sue parole sembrano la definizione perfetta del comportamento dei notabili del governo italiano. «L’occultamento da parte europea dell’ideologia e della vera storia della jihad è rimpiazzato con scuse e rimorsi, con l’autoflagellazione per le crociate e le disparità di sviluppo tra Nord e Sud, infine con la criminalizzazione di Israele. Il male viene attribuito agli ebrei e ai cristiani per non urtare la suscettibilità del mondo musulmano, che rifiuta ogni critica al suo passato di conquiste e di colonizzazioni. Questo genere di rapporto diseguale è proprio del sistema della dhimmitudine. L’antico universo, condizionato dall’insicurezza, dall’umiltà e dal servilismo come pegni di sopravvivenza, è stato così ricostituito nell’Europa contemporanea».

Maria Giovanna Maglie (Il Giornale)

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venerdì, 24 agosto 2007

Due ragazze cristiane di 11 e 16 anni rapite, convertite all'Islam e costrette a sposarsi
di Qaiser Felix

Faisalabad (AsiaNews) – Due ragazze cristiane, poco più che bambine, sono state rapite nei giorni scorsi, convertite con la forza all’islam e costrette a sposarsi con degli sconosciuti. I rapimenti sono avvenuti entrambi a Faisalabad, la terza città più grande del Pakistan, e sono stati ignorati del tutto dalle forze di polizia. Il fenomeno non è nuovo ma, come sottolineano diversi attivisti per i diritti umani, è in spaventosa crescita.


Il 5 agosto scorso, Muhammad Adnan e la sorella – entrambi musulmani e residenti nella colonia di Zulfiqar, periferia della metropoli – hanno rapito Zunaira Perveen, cristiana undicenne, dalla sua casa di Warispura. Dopo il rapimento, l’hanno costretta a convertirsi all’islam ed a contrarre matrimonio con Muhammad.
 
La madre della piccola, Abida, racconta ad AsiaNews: “Appena mi sono accorta che mia figlia non c’era, sono corsa in strada a cercarla. Qui, due uomini mi hanno detto di aver visto Adnan e la sorella andarsene con Zunaira”. Abida decide di recarsi a casa del rapitore, da dove però viene cacciata. Al rientro a casa, viene avvicinata dai due uomini che le hanno indicato l’identità del rapitore: questi si offrono come intermediari per riportare a casa la piccola, ma pretendono soldi.
 
Pur essendo molto povera, Abida dà loro 12mila rupie (circa 200 euro): “Non volevo informare la polizia, perché ora mia figlia appartiene alla famiglia di chi l’ha rapita. Purtroppo, mi sono resa conto che chi diceva di volermi aiutare mirava soltanto ai soldi: ho venduto tutto, ma non è bastato ed ora sono sola”. Abida si è rivolta alla polizia, ma nessuno ha voluto aiutarla. Il fatto che il matrimonio non sia valido, data la giovane età della sposa, “non rientra nella sfera d’azione” degli agenti.
 
Il secondo caso è avvenuto il 16 agosto. Un musulmano di nome Mazher, insieme ad alcuni complici, si è presentato davanti alla casa di Shumaila Tabussum Masih (16 anni) per dirle che il padre aveva avuto un grave incidente ed era ricoverato in ospedale. Il gruppo si è poi offerto di accompagnarla presso la struttura. La ragazza è salita sull’automobile di Mazher senza aspettare la madre: per strada ha incontrato due zii, a cui ha urlato dell’incidente avvenuto al padre. Questi si sono precipitati in ospedale, ma non hanno trovato nessuno.
 
Salamat Masih, 37enne padre di Shumaila, ha subito denunciato l’accaduto alla polizia. Ad AsiaNews dice di essere “molto preoccupato, perché casi come questi avvengono sempre più spesso: ragazze cristiane rapite, costrette alla conversione e poi date in moglie a dei perfetti sconosciuti”.
 
Lo conferma anche Khalil Tahir, direttore del Centro di assistenza legale Adal Trust: “Il crescente numero di attacchi contro i cristiani e le minoranze in generale è allarmante. Noi cerchiamo di assistere le famiglie delle vittime e nel contempo aiutare per vie legali e pratiche chi subisce queste violenze, ma il governo deve intervenire con forza per fermarle”.
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giovedì, 23 agosto 2007

«Choudhury, il coraggio di scrivere»

Da L'OPINIONE del 22 agosto 2007 un articolo di David Harris Direttore esecutivo dell'American Jewish Committee:

Trenta anni fa, Elena Bonner, la prominente attivista sovietica per i diritti umani e moglie del leggendario Andrei Sakharov, era seduta nel mio ufficio di Roma. Stava accompagnando la famiglia di sua figlia in Italia, la loro prima fermata lungo il viaggio di emigrazione che li avrebbe poi portati a Boston. Ma la signora Bonner non sarebbe andata più lontano di Roma, poi sarebbe tornata in Unione sovietica. Quando io le chiesi come poteva ritornare sotto la repressione che lei e suo marito stavano sopportando, mi guardò come se la domanda fosse insensata. Il suo posto, mi disse, era a casa sua, non in Occidente. Era lì che c’era da lottare ed era lì che della sua voce si aveva bisogno. Lei e suo marito avrebbero affrontato qualunque prova ideata dal Cremlino, perché la posta in gioco rendeva ogni sforzo necessario. Ho ripensato ad Elena Bonner quando Salah Uddin Shoaib Choudhury, un auto-proclamatosi “musulmano-sionista” del Bangladesh, ha parlato davanti ad una platea dell’American Jewish Committee a New York la settimana scorsa. Sorprendentemente, dopo che per anni gli è stato impedito di viaggiare all'estero, aveva avuto il permesso di venire negli Stati Uniti per una settimana. Ma dopo, sarebbe dovuto ritornare a Dhaka e ai suoi pericoli.

Choudhury, editore e redattore di un settimanale di lingua inglese, è stato accusato di tradimento, sedizione e bestemmia. I suoi crimini? Difesa delle relazioni tra Bangladesh e Israele, promozione del rispetto e della tolleranza interreligiosa e denuncia del radicalismo islamico. Per queste trasgressioni potrebbe essere condannato a morte. Finora è già stato imprigionato, posto in isolamento e torturato, mentre gli uffici del suo giornale sono stati fatti esplodere due volte. Nel maggio del 2006, l’AJC invitò Choudhury a Washington per ricevere il nostro Premio al Coraggio Morale. Lo stesso premio prima fu dato ad Ayaan Hirsi Ali, l'attivista dei diritti umani nata in Somalia ed ex parlamentare olandese, e Mithal al-Alusi, il parlamentare iracheno che fece appello per stabilire relazioni con Israele, e che per quel "crimine" subì l'assassinio dei suoi due figli. In quell’occasione a Choudhury non fu permesso di uscire dal Bangladesh e fu costretto a registrare un video che fu poi mostrato alle 1.000 persone presenti in sala. Ma questa volta è stato in mezzo a noi. Perché gli hanno permesso di partire?

Choudhury ritiene che il governo volesse promuovere la sua buona immagine o forse sperava che non avesse fatto ritorno. "Quando alcuni membri del governo mi hanno visto andare via", ci ha confidato, con un scintillio negli occhi, "scommetto che hanno detto: “Bene, un mal di testa in meno.” Poi ha aggiunto: “Ma quando domenica ritornerò, spero che gli raddoppi il mal di testa.” Choudhury, che, incredibilmente si comporta come se non avesse niente di cui preoccuparsi, insiste che il suo posto è in Bangladesh, uno dei paesi musulmani più popolosi del mondo. "Dovremmo semplicemente ritirarci o arrenderci? Noi dobbiamo lottare. Noi dobbiamo vincere la battaglia nel Bangladesh stesso. Non mi piacciono quelle persone che parlano del laicismo e criticano i radicali, ma poi, alla prima opportunità, vanno a cercare asilo politico nei paesi occidentali, conducono una vita tranquilla e tengono delle grandi conferenze. Il problema è nel mio paese, ed io devo restare e combattere la battaglia. E noi dobbiamo vincere questa battaglia."

Le parole di Choudhury erano, per me, l’eco di quelle di Elena Bonner negli anni settanta. Io ricordo quante persone allora pensavano che lei e suo marito stavano semplicemente combattendo i mulini a vento. Ma questi attivisti sovietici per i diritti umani erano chiaramente sul lato giusto della storia. Come loro, Choudhury non soccombe alla disperazione e non si lascia sommergere dalle avversità. Lui asserisce che "le persone del Bangladesh non sono radicali, ma moderate. Ma le persone che ci controllano, le persone che ci governano, le persone che ci amministrano, sono estremamente radicali. Forze islamiche stanno guadagnando maggior potere ogni giorno - silenziosamente - sotto il patronato di fonti straniere, particolarmente dall'Arabia Saudita. Se qualcuno volesse costruire una scuola in Bangladesh, dovrebbe affrontare ogni genere di ostacolo burocratico. Ma se volesse costruire un madrassa, potrebbe farlo tranquillamente".

Infine ha rivolto un appello commovente al pubblico: "Per favore, unite la vostra voce alla nostra. Aiutateci ad essere più forti. Perché se resteremo in silenzio, sappiamo bene quale saranno le conseguenze; la storia ce l'ha insegnato. Noi dobbiamo diventare più forti. E quando saremo più forti, le forze dell’Islam integralista diverranno la minoranza che sono. Io sto aspettando ansiosamente un mondo in cui noi tutti eleviamo insieme la nostra voce e diciamo di no al jihad, no alla negazione dell’Olocausto, e no alla cultura dell’odio." Choudhury ora è di nuovo a casa. Il processo contro di lui è ricominciato il 17 agosto. Lui ha bisogno di noi. Non di meno, noi abbiamo bisogno di lui. Noi siamo insieme in questo sforzo, comunque disuguale sia la relazione. Dopo tutto, la sua vita è in pericolo, è sulla linea del fronte. Tutto ciò che lui chiede a noi, ai nostri governi ed istituzioni per i diritti umani, è la solidarietà. Possiamo fare niente di meno?

traduzione italiana a cura di Carmine Monaco

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martedì, 21 agosto 2007

Musulmano mura la Madonna, paese in rivolta
Protagonista un immigrato che vive a Valaperta, nel lecchese.

VALAPERTA (LECCO) - Offendeva la sua coscienza religiosa. Per questo, armato di cemento, mattoni e cazzuola, un immigrato musulmano ha tentato di murare una Madonna votiva alta una trentina di cm la cui unica «colpa» era quella di essere stata costruita davanti alla casa dove era andato da poco a vivere. A salvare la statua della Madonna di Cascina Rimoldo, in frazione Valaperta di Casatenovo (Lecco), sono state un'anziana signora e sua cugina. In maniera decisa si sono rivolte all'uomo chiedendo cosa stesse facendo e se non si vergognasse a cercare di murare quell'immagine. Un gruppo di abitanti l'ha salvata in extremis:, portandola via in tempo. Ma l'uomo non si è arreso e ha cementato quel che restava nella nicchia: chi ci ha rimesso sono stati gli angioletti di contorno, finiti dietro un muro di mattoni. La statuetta ora è nella mani degli inquirenti.
«INIZIATIVA INCIVILE» - Un gesto che ha fatto discutere parecchio a Valaperta. «È presumibile che si giunga immediatamente all'emissione di un'ordinanza di ripristino dell'edicola votiva di Cascina Rimoldo - ha detto il sindaco Antonio Colombo -. L'amministrazione comunale ha immediatamente disposto un sopralluogo da parte della vigilanza urbana e del settore urbanistica per accertare i fatti e le responsabilità. Al di là degli sviluppi amministrativi della questione desidero anche sottolineare che siamo di fronte a una iniziativa individuale arbitraria e incivile. Questo gesto inqualificabile e intollerante non deve pregiudicare però gli sforzi che tutti dobbiamo compiere per una convivenza veramente civile, fondata sul rispetto reciproco delle idee, delle tradizioni e delle convinzioni religiose di ciascuno»
21 agosto 2007

(Corriere.it)

Ecco come intendono la tolleranza i musulmani. Una volta di più, l'hanno dimostrato.

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martedì, 21 agosto 2007

Il mio amico Ago sul suo blog (http://pubblicano.splinder.com/) ha riportato questo articolo.Io lo seguo a ruota,perchè credo sia un intervento che valga la pena leggere e valutare.

L'imam double-face di Perugia

L'islam si presenta spesso in pubblico come tollerante e pronto a integrarsi. Ma in realtà approfitta della nostra ingenuità


Ha fatto clamore don Georg Gaenswein, segretario del Papa, il quale ha dichiarato alla Sueddeutsche Zeitung: «I tentativi di islamizzare l'Occidente non vanno taciuti. E il pericolo connesso per l'identità dell'Europa non può essere ignorato a causa di una falsa idea del rispetto». Il prelato ha sottolineato che «la parte cattolica vede molto chiaramente (tale pericolo) e lo dice anche». Il discorso del Papa a Ratisbona del settembre scorso - ha affermato - «dovrebbe servire a contrastare una certa ingenuità».

È un allarme esagerato?

Può apparire tale solo alle "anime belle" che ignorano la storia. Che ci viene ricordata da due storici (peraltro non cattolici). «Per quasi mille anni», ha scritto Bernard Lewis, «dal primo sbarco moresco in Spagna al secondo assedio turco di Vienna, l'Europa è stata sotto la costante minaccia dell'islam». Samuel Huntington ha ricordato inoltre che «l'islam è l'unica civiltà ad aver messo in serio pericolo, e per ben due volte, la sopravvivenza dell'Occidente»

Il Papa conosce molto bene la storia. E anche l'attuale situazione. Fece impressione, al sinodo dei vescovi del 1999, monsignor Giuseppe Bernardini, arcivescovo di Smirne, in Turchia, il quale riferì che, durante un incontro ufficiale di dialogo islamo-cristiano, un'autorevole personalità musulmana si rivolse ai cristiani con queste parole dure e calme: «Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo; grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo».

IL RICORDO DI RATISBONA

Dunque in Vaticano si torna a ricordare quanto il Papa disse a Ratisbona, anche se quel discorso scatenò le violente reazioni del mondo islamico. Finora non era mai stato rievocato perché, paradossalmente, fu proprio il Papa, insultato e minacciato, a doversi quasi scusare con gli intolleranti e i violenti. In quel clima di grave tensione il Vaticano fu indotto a dare il suo "sì" all'ingresso della Turchia nella Ue, contraddicendo quanto Ratzinger aveva sempre sostenuto da cardinale. Anche nei giorni scorsi il Segretario di Stato ha ribadito questa nuova, disastrosa posizione.

Il fatto che in Vaticano oggi si torni a citare il discorso di Ratisbona che, sottolinea La Repubblica, «piacque molto» fra gli addetti ai lavori, come l'ex segretario di Stato americano Kissinger - può significare che il Papa tornerà a far prevalere la cautela sulla questione turca? L'allora cardinal Ratzinger, nell'ottobre 2004, mi diceva che era molto preoccupato per l'ingresso in Europa di un Paese di 70 milioni di musulmani: «L'amicizia e il rispetto sono necessari verso tutti i Paesi, ma inserire la Turchia in Europa mi sembra contraddittorio.

Sono proprio la storia, la cultura e la religione ad aver disegnato il confine dell'Europa con la Turchia. Non si possono ignorare tutte queste cose». Se è vero, com'è vero, che incombe su di noi una minaccia di islamizzazione, non si vede perché mai si dovrebbe spalancare la porta dell'Europa a un Paese che non è mai stato europeo e che all'apice della sua potenza, in passato, ha ferocemente tentato di invaderci (l'Europa moderna è nata letteralmente opponendosi all'invasione turca). Un Paese, la Turchia, la cui democraticità è molto discussa, che oggi è governato da un partito islamico, che ancora reprime chi parla del genocidio armeno (il primo del Novecento: un milione e mezzo di cristiani armeni massacrati dai turchi). Con l'ingresso della Turchia nella Ue ci troveremo 70 milioni di islamici in casa. Più islamizzazione di così...

Ma in queste ore un'altra voce si è fatta sentire, quella del nuovo capo della polizia Antonio Manganelli, il quale, alla Commissione Affari Costituzionali della Camera, ha affermato che il terrorismo internazionale «preoccupa perché l'Italia è oggetto di invettive».

La stessa cosa, giorni fa, aveva detto, nella stessa sede, il capo dei Carabinieri, generale Siazzu. Manganelli indica - come fatto che deve allarmare - l'operazione che ha sbaragliato una presunta cellula che si muoveva attorno alla moschea di Ponte Felcino, a Perugia. «Il modo di operare dell'imam di Perugia», ha affermato il capo della Polizia, «è simile a quello riscontrato nei progetti degli attentati di Londra del 21 luglio 2005, dove non sono stati usati tritolo o dinamite, ma una miscela di prodotti chimici legali, come fertilizzanti e altro, acquistabili anche al supermarket».

Il "caso Ponte Felcino" è molto istruttivo. Il paese, alla periferia di Perugia, ha 7mila abitanti e gli immigrati sono circa il 10% della popolazione. Una percentuale abnorme. È in miniatura l'esempio della società multiculturale che la sinistra invoca per il nostro futuro. Qua gli immigrati hanno trovato le porte spalancate che la sinistra indica come antidoto alla "guerra di civiltà". Ma proprio qua, guarda caso, pochi giorni fa è stato arrestato, fra gli altri, l'imam della locale moschea per le imputazioni di cui hanno parlato tutti i giornali. Il gip giustamente ricorda che poi il giudizio spetterà alla magistratura. Ed è giusto essere garantisti con tutti.

Va però sottolineato che questo imam, in pubblico, non si presentava affatto come un estremista. Il periodico "Quattrocolonne" (della Scuola di giornalismo che ha sede proprio lì), in un suo numero recente si era occupato proprio dell'immigrazione a Ponte Felcino. Si riportavano le dichiarazioni degli immigrati che chiedevano agli italiani di mostrarsi «aperti». E le risposte delle istituzioni che si fanno in quattro per «integrare», per favorire l'incontro, per «fare largo all'interculturalità»
. Secondo l'idea del "dialogo" cara alla sinistra che governa l'Umbria e a qualche gruppo cattolico, gli stranieri «sono una risorsa e non un problema».

Su "Quattrocolonne" si parlava anche dell'imam di Ponte Felcino come di uno impegnato a favorire l'avvicinamento tra comunità musulmana e quella italiana. L'imam dichiarava che, con la Circoscrizione, «stiamo organizzando per aprile una manifestazione per pulire le sponde del Tevere che vedrà impegnati, fianco a fianco, immigrati e italiani». «C'è un muro di sfiducia», denunciava ancora l'imam, «nei confronti dei musulmani e questa barriera va abbattuta. La gente ha paura perché pensa che siamo venuti qui per rubare il lavoro. Si tratta di una falsità. Conto molto sull'opera dei musulmani italiani che frequentano la moschea. Il loro aiuto potrebbe essere determinante nel percorso di integrazione di noi musulmani stranieri nella vostra società».

LO STATO LATITANTE

Parole che acquisteranno un significato opposto se la magistratura accerterà la fondatezza delle accuse o la loro infondatezza. In ogni caso il problema immigrazione resta colossale, anche a prescindere dal fenomeno terroristico. Il gip di Perugia, Nicla Flavia Restivo, che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare, ha pronunciato parole su cui riflettere seriamente: «A Ponte Felcino il controllo dello Stato è stato latitante per anni. Un intero quartiere di Perugia, che ufficialmente era territorio italiano, nella pratica era ed è un'isola». L'immigrazione può essere il "cavallo di Troia" dell'islamismo terrorista e anche dell'islamizzazione (due fenomeni da non confondere). Ma è pure un problema drammatico in sé quando è governato male. Secondo le rilevazioni dell'istituto americano Pew Research Center, condotto in 47 Stati, il 64% degli italiani ritiene l'immigrazione un enorme problema nazionale. È un primato mondiale. Ma la nostra classe di governo pensa l'esatto opposto e impone agli italiani la sua ideologia "immigratoria"
. Originata da cosa? Dal disprezzo della nostra storia e della nostra identità? Da un (miope) calcolo elettorale? Da ideologia terzomondista? Forse da tutto questo condito dall'"ingenuità
" irresponsabile denunciata da don Georg.

www.antoniosocci.
it
LIBERO 28 luglio 2007

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lunedì, 20 agosto 2007

«L’Europa rischia di regredire Serve il Trattato»

 

 Rimini. Il Trattato di riforma dell’Unione rischia di regredire, serve un soggetto politico. Questo il contenuto del video-messaggio che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato ieri al Meeting di Rimini. «Il Trattato di riforma dell’Unione europea - dice il capo dello Stato - potrà migliorare le basi dell’ordinamento comune e migliorare la governabilità dell’Unione a Ventisette: ma la complessità dei negoziati, e la rinuncia a significative ambizioni del Trattato costituzionale sottoscritto nel 2004, testimoniano il rischio che il processo di integrazione regredisca ad una semplice rete di cooperazione intergovernativa». Napolitano è convinto che «l’Ue non potrà allargare il consenso di cui ha bisogno, tra i propri cittadini, se continuerà a presentarsi prevalentemente in termini di spazio economico». Secondo il capo dello Stato «è invece necessario continuare a coltivare le antiche e nuove ragioni dell’Unità europea come antidoto al riemergere di ogni forma di intolleranza e di estremismo; è necessario continuare a fare dell’Unione un soggetto politico e dotarla dei poteri che sono indispensabili perchè essa possa assolvere il suo ruolo di importante fattore di stabilità e di pace».
Certo caro Presidente, sei rimasto proprio fissato con L'Unione Sovietica, eh?
Ma lo sentite? Manca (sacrosantamente) il consenso al Leviatano UE, e quale sarebbe la soluzione? Invece di accettare il giusto malcontento dei cittadini e adeguarsi, servendo la loro volontà, il nostro Presidente comunista, come tutti i rossi crede di sapere lui cosa è bene per gli altri, quindi dice "lasciateci tranquilli, noi sappiamo cosa è giusto fare, non interferite". Insomma, prima si crea il Moloch totalitario, poi il consenso verrà (in un modo o nell'altro). Le nostre scelte sono una variabile di cui si terrà conto, forse, dopo. Zitti e non disturbate il progetto dei grandi, forse in futuro capirete.
Chi se ne frega della sovranità nazionale, della volontà popolare e bazzecole simili?Specie in un paese che ha aderito alla UE e alla sua costituzione delle meraviglie senza degnarsi d'interpellare i cittadini ( che della sovranità sono i detentori).
Insomma, creiamo l'iperstato europeo e basta.
Caro Presidente, eccoti un bel NO grosso così. Poteri indispensabili un beato accidenti. Tu sei lì per servire noi, non per creare una nuova U.R.S.S., vedi di svegliarti e di  metterti in riga. I Governi e le cariche servono a servire i cittadini, voi dovete adeguarvi a quello che vogliamo NOI, non viceversa, anche se vi sembrano pensieri così sciocchi e banali e voi capite tutto e vedete tanto più in là di noi..........che in realtà non capite una mazza, questo sì che si vede da lontano, e chi per tutta la vita è stato comunista di cosa è bene per gli altri non dovrebbe neanche parlare, ma solo vergognarsi.
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giovedì, 16 agosto 2007

Egitto, caccia al convertito «È diventato cristiano e merita di essere ucciso»

Lo ha rovinato una semplice foto, un’immagine che lo raffigura accanto a un poster della Vergine Maria e a un Vangelo, e per questa colpa deve morire. È quello che sta accadendo in Egitto, Paese arabo «moderato», a un ragazzo di 25 anni. Il caso di Mohammed Hegazy sta facendo discutere l’intero Paese. Sono in molti ad accusarlo, per prima l’università-moschea di al Azhar del Cairo, il principale centro religioso dell’ortodossia islamico-sunnita.
I guai di Hegazy sono iniziati nove anni fa, quando decise di abbandonare l’islam per diventare cristiano, più precisamente copto, e cominciò a frequentare la chiesa della sua città, Port Said, lungo il canale di Suez. Da allora la sua vita è stata un inferno. L’Egitto è tra i Paesi a maggioranza musulmana in cui è obbligatorio indicare la voce «religione» nei documenti d’identità. I problemi arrivano quando un musulmano intende cambiare religione. L’islam non prevede l’abbandono e chi lo fa compie il reato di apostasia. In Paesi come l’Arabia Saudita, il Pakistan o l’Iran si è puniti con la condanna a morte. Ieri a Teheran un uomo è stato arrestato e rischia l’impiccagione perché trovato in possesso di una copia del Vangelo.
Non è il caso dell’Egitto, dove però la religione islamica è, per Costituzione, la fonte principale dell’ordinamento giuridico e accanto ai tribunali civili ci sono quelli coranici che applicano la Sharia. A questo si aggiunge un serio problema burocratico: chi si converte e non vuole più essere seguace di Allah si ritrova con i documenti che dichiarano il falso. Bisogna allora scegliere se lasciare le cose come stanno e vivere una vita a metà o tentare una missione impossibile: chiedere il riconoscimento giuridico della conversione. È quello che sta facendo Hegazy, che da anni sta portando avanti una battaglia contro lo Stato egiziano. È la prima volta che nel Paese viene richiesto di aprire una causa legale per questo motivo. La sua volontà non si è fermata né di fronte alle torture inflittegli ogni volta che è stato messo in carcere - la prima quando l’apostasia fu scoperta - né davanti alle fatwa, gli editti religiosi coranici con valore di legge, che chiedono la sua testa. Le ragioni di tanta determinazione le racconta lui stesso: «Voglio essere un esempio per tutti coloro che decidono di abbandonare la religione islamica e hanno paura di dichiararlo pubblicamente - ha spiegato con orgoglio -. E poi voglio sposarmi in chiesa, poter dare a mio figlio un nome cristiano e battezzarlo senza correre i rischio di essere arrestato».Hegazy tra pochi mesi diventerà papà, sua moglie è al quarto mese di gravidanza, e vorrebbe coronare il sogno d’amore davanti a un sacerdote. Lui e Zeinab sono stati obbligati a sposarsi con rito musulmano perché sui loro documenti così è ancora scritto, pena un matrimonio nullo.
Oggi Hegazy è costretto a nascondersi in un luogo segreto e vivere in clandestinità perché la sua situazione, negli ultimi giorni, si è ulteriormente aggravata. A complicare le cose è stata la fotografia che lo ritrae insieme con la moglie accanto a un manifesto della Vergine Maria e a una copia del Vangelo all’interno di un centro di preghiera copto. L’immagine ha fatto il giro del mondo su internet ed è arrivata anche ai fondamentalisti islamici in patria e all’estero. Immediatamente gli sono piovute addosso minacce di morte e fatwa che chiedono il suo «sangue traditore».
Il verdetto più duro è arrivato dal più importante centro sunnita, l’università-moschea di al Azhar del Cairo, definita il «Vaticano dei musulmani». Così Soad Saleh, il preside della facoltà di Scienze islamiche, ha commentato la vicenda: «Chi rinuncia all’islam è un apostata e merita di essere ucciso - ha detto senza giri di parole -, tanto più se ci si vanta facendosi fotografare con la moglie vicino al Vangelo». Una sentenza di morte senza appello, considerato il seguito che questa istituzione ha nel resto del Paese e del mondo islamico. Una doccia fredda in chi aveva creduto nelle parole del Gran Muftì d’Egitto, Ali Gomaa, che aveva parlato di conversioni come «atto libero e personale». Una sconfitta per la comunità copta d’Egitto, una «minoranza» religiosa di otto milioni di persone.

(Il Giornale)

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domenica, 12 agosto 2007

I giornalisti di Sky scoprono gli amici dei terroristi. Ma non si può dire.

Non si può entrare in una moschea con telecamere nascoste e trasmettere immagini degli imam a colloquio: è lesivo della privacy. Per questo il Garante ha condannato Sky a cancellare un servizio andato in onda a febbraio e poi inserito sul sito dell'emittente. In sovrapprezzo, ha condannato il Corriere della Sera a eliminare dagli archivi un articolo di Magdi Allam che dava conto del contenuto del filmato.
 
Abou Imad (imam di viale Jenner a Milano), Kahchia Brahim (Varese) e Mohamed Ben Mohamed (Centocelle) erano stati avvicinati da due giornalisti di Sky, una somala e un iracheno, che si erano finti marito e moglie, per un consulto religioso sull'uso del velo. E tutti e tre, imam di moschee considerate a rischio di infiltrazioni integraliste, oltre a consigliare l'uso del niqab, il velo integrale «in questa società immorale», si erano lasciati andare a commenti duri verso l'occidente, auspicando la nascita di partiti musulmani che cercassero di imporre la sharia, la legge islamica. II servizio, intitolato "Un velo fra noi", era stato trasmesso la sera del 1° febbraio nella trasmissione "Controcorrente" condotta da Corrado Formigli su SkyTg24, preceduto da un'anticipazione di Magdi Allam sul Corriere. Quindi il filmato era stato messo sul sito www.skylife.it.
 
I tre imam, furibondi, avevano subito fatto ricorso al Garante per la
privacy, che gli ha dato ragione. Sky è stata condannata a pagare 800 euro e a levare il filmato dal sito (cosa già avvenuta), Rcs a pagarne 200 e a cancellare l'articolo dall'archivio. «Ma non è una sentenza che limita il diritto all'informazione — dice l'avvocato dei religiosi, Domenico Tambasco — Semplicemente si sanziona l'uso di immagini prese senza permesso e si ribadisce un principio che spesso ci stiamo dimenticando, che anche le moschee sono luoghi religiosi tutelati dalla legge».
 

Luigi Bolognini
per "La Repubblica"
Aggiungo che anche il relativo editoriale di Magdi Allam sul Corriere della Sera non è più disponibile. Tutto questo si commenta da solo, o meglio con la frase di quell' imam che diceva :"con le regole della vostra democrazia,vi conquisteremo".


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sabato, 11 agosto 2007

Il pericolo «Itabia»

Venerdì islamico, matrimonio in moschea, poligamia consentita, potrebbero non essere un pericolo lontano. Diario d’estate da Itabia (arabizzazione dell’Italia). Occhio ai movimenti e alle esternazioni del ministro dell’Interno. «Da una legislatura e mezzo la legge sulla libertà religiosa va aggiornata». Lo ha detto Giuliano Amato durante la sua visita al Centro di Coordinamento Polizia Dogane del confine italo-francese a Ventimiglia. «L’Islam, e non solo per la specificità che rappresenta, è rimasta l’unica religione importante che in Italia viene regolata in base alla legge sui culti ammessi, una legge che ha più di 70 anni. Le altre religioni sono regolate con intese». Con chi intende stilare questa intesa il ministro Amato, e quali mediazioni si sono svolte sulla cosiddetta legge, un’idea dei valdesi acchiappata al volo dagli integralisti, magari con mediatori doc come Luciano Violante, o come Oliviero Diliberto, che gli estremisti dell’Ucoii, trattati da questo governo come gli interlocutori principali, un anno fa invitavano a votare?
La legge in discussione al Parlamento e la contesa alla Consulta islamica sono due cose separate, ma corrono parallele e ugualmente pericolose. All’accettazione di una Carta dei Valori condivisibile da tutti i componenti della Consulta, ovvero i moderati e i liberali, firmata guarda caso dopo la generosa donazione del ministro Ferrero alle moschee, e dopo la promessa che l’inutile e pericolosa moschea numero 2 a Bologna si farà, l’Ucoii ha fatto seguire subito una lettera di obiezioni, eccezioni e richieste. È nello stile dei suoi dirigenti, tenere l’interlocutore in scacco e ricatto continuo. Naturalmente non è trapelato niente, come se la vicenda delle regole per l’Islam in Italia non interessassero agli italiani, come se i giornali non avessero il dovere di conoscere e pubblicare, ma l’atteggiamento è stato tale da irritare persino il ministro Amato, che non ha risposto. La situazione resta dunque sospesa, i membri democratici della Consulta vengono ulteriormente mortificati, le danze le guida l’Ucoii, ovvero Mohammed Nour Dachan, il medico che esalta la poligamia.In Italia c’è già il diritto alla libertà religiosa, i musulmani hanno già le loro moschee, è nei Paesi musulmani, è nella Cina comunista, che sono perseguitati i cristiani. La libertà religiosa, insomma, priorità nelle campagne dei diritti umani, nel senso che dovrebbe venire ben prima di una moratoria sulla pena di morte, non si sa quanto efficace, non riguarda l’Europa.
Ma quella che abbiamo noi non è la libertà di religione che intende l’Ucoii, e la legge che sta per arrivare, vista anche la gran fretta di Amato e colleghi, potrebbe consegnare noi all’islamizzazione rapida, consegnare al ghetto la maggioranza dei musulmani, sancendo la segregazione delle donne.
Sentite che cosa ha chiesto, parlando alla Commissione in Parlamento, Dachan: «Concedere i giorni festivi ai musulmani che lo richiedono (per la festa di fine Ramadan e la festa del Pellegrinaggio)»; «concedere l’ora di uscita per la preghiera del venerdì ai musulmani che lo richiedono»; «elasticità nel mese di Ramadan e concessione delle ferie nel periodo del Pellegrinaggio»; «la concessione di pochi minuti per la preghiera quotidiana». Queste concessioni, per uno studente e ancor più per un lavoratore, sarebbero discriminanti. Le aziende che organizzano il lavoro in turni non posso permettersi di modificare gli orari degli altri dipendenti per la presenza di un musulmano che deve «recuperare» le ore dedicate alla preghiera. I cattolici se devono lavorano anche la domenica, la preghiera e la religiosità sono questioni personali e private, non pretese da mettere a contratto. Tant’è vero che su 56 Paesi arabi il venerdì è applicato solo in tre, l’Italia diventerebbe il quarto.
Sentite che cosa ha risposto in quella stessa riunione della Commissione, Souad Sbai, presidente delle Comunità marocchine: «La nostra associazione si occupa anche delle donne immigrate, migliaia di donne senza diritto, prive di alcuna garanzia: prima moglie, seconda e terza moglie. Nel matrimonio musulmano è un adul, un notaio, a celebrare un matrimonio in casa dei futuri sposi: non c’è nessun matrimonio in moschea, nessun matrimonio si fa in quel luogo. Si tratta di una minaccia seria all’istituto della famiglia monogamica su cui si regge la civiltà occidentale».Eppure nella legge «Norme sulla libertà religiosa e abolizione della legislazione sui culti ammessi», l’articolo 11 afferma che il ministro di culto islamico non sarà tenuto a pronunciare, durante il rito in moschea, gli articoli del codice civile sulla parità di diritti e doveri tra marito e moglie (143, 144 e 147 del codice civile), «qualora la confessione non abbia optato per la lettura al momento della pubblicazione». Vedete che il pericolo è serio?


Maria Giovanna Maglie (Il Giornale)

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venerdì, 10 agosto 2007

GLI AMICI DEL PD

Non si capisce perché la sinistra del nascituro Piddì si strappi le vesti. Francesco Caruso, da no-global comunista parla la stessa lingua dei brigatisti rossi ed esalta gli assassini di Marco Biagi e Caruso è l’alleato che quella sinistra si è scelto. Caruso è una vergogna del Parlamento? Non c’è dubbio. Dovrebbe essere cacciato da Montecitorio per iniziativa dello stesso Presidente Bertinotti che lo mise in lista? Verissimo. Ma ciò non spiega perché la sinistra ieri abbia fatto le mostre della sorpresa e dell’indignazione. Francesco Cossiga ha detto di trovare normale che il presidente della Repubblica avesse ringraziato pubblicamente Beppe Grillo per un suo libro in cui Marco Biagi viene indicato come la causa del precariato e delle sue odiose conseguenze. E così come ha ragione Cossiga a dire che Napolitano è un coerente comunista convenendo con Beppe Grillo quando attacca Marco Biagi perché riformatore della società capitalistica, nello stesso modo noi diciamo che la sinistra del futuro Piddì non ha alcun titolo per scandalizzarsi.
Qui tutti fanno il loro mestiere. E lo fa anche Francesco Caruso quando in modo abominevole dichiara che se sono morti due operai, Marco Biagi con Tiziano Treu merita il titolo di assassino. Poi Caruso ha cercato di aggiustare l’infamia dicendo che Biagi e Treu con le loro riforme consentono agli assassini di assassinare benché uno dei due sia sepolto perché assassinato. Una correzione codarda, ma demenziale. Che le persone con un senso della morale si ribellino di fronte al linguaggio sciacallesco e canagliesco di Caruso è normale nel senso sia morale che logico. Ma che la sinistra del Piddì sceneggi sia la sorpresa che lo scandalo, è miserabile. Che cosa vuole, per esempio, la ministra Rosy Bindi che ha fatto il viso dell’arme contro Caruso? Sapeva benissimo, come sapevano tutti in questa vecchia sinistra che vuole passare per nuova che quando hanno accettato di chiudersi nello stesso sacco con gli amici delle Brigate rosse e dei terroristi islamici pur di fare maggioranza, commettevano un delitto sulla pelle degli italiani.
Caruso con il suo repellente linguaggio vilipende un morto e aggredisce un politico in nome di una ideologia nemica della democrazia, ma è coerente. Invece, la sinistra prodiana dalemiana veltroniana mastelliana dipietresca che all’etico grido albertosordesco di «piatto ricco mi ci ficco» si è accordata col diavolo per ottenere la conquista risicata del potere, dovrebbe tacere per pudore e non tentare di mescolare la sua ipocrisia con la nostra indignazione. Caruso era compreso nel prezzo e quel prezzo lo paghiamo noi italiani normali, insieme alla famiglia di Marco Biagi che è un nostro morto. È comprensibile che adesso la sinistra del Piddì cerchi di prendere le distanze, ma per quello non bastano le parole: occorrono i fatti, la rottura della maggioranza, le dimissioni del governo. Diversamente, ognuno stia con i Caruso che si è scelto e si prepari a pagare il conto sia della vergogna che della disfatta.

Paolo Guzzanti (Il Giornale) / www.paologuzzanti.it

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