Ecco la seconda parte dell'articolo (ottimo) di Ibn Iblis tratto da FaithFreedom.org
L'Arte della Guerra (seconda parte)
di Ibn Iblis
Dobbiamo riconoscere che ci sono cinque requisiti per la vittoria:
Vincerà colui che conosce quando combattere e quando non.
Vincerà colui che conosce come maneggiare sia forze superiori che inferiori.
Vincerà l’esercito che è animato dallo stesso spirito in tutti i suoi ranghi.
Vincerà colui che, preparato, attende di prendere il nemico impreparato.
Vincerà colui che ha la capacità militare e non è interdetto dal sovrano.
La vittoria si trova nella conoscenza di questi cinque punti. Quindi il detto: se conosci il nemico e te stesso, non dovete temere il risultato di cento battaglie.
~ Sun Tzu
Ne l’Arte della Guerra I ho parlato della necessità di conoscere il nostro nemico e di conoscersi per conservare la nostra civiltà dalla minaccia globale della jihad. Con il passaggio delle recenti elezioni, e la campagna che le hanno precedute, il tema del ritiro dall’Iraq ha assunto un ruolo centrale nel dibattito sulla politica Americana. Io sono completamente a favore del ritiro, e l’insieme delle mie ragioni sono argomentate nella parte I.
E’ ormai scaduto e da molto il tempo che l’America e l’Occidente avevano per rendersi conto che la guerra moderna, come definito dalle nostre cosiddette istituzioni civilizzate – es. UN, il diritto internazionale, la convenzione di Ginevra, ecc.- non può più portare ad una conclusione coronata da successo perché
<!--[if !supportLists]-->A- <!--[endif]-->Chi concorda di attenersi a questi standard tende a non intraprendere la guerra con altri, e
B- <!--[endif]-->Ci troviamo inevitabilmente a combattere nemici che non si attengono a questi standard.
Dobbiamo metterci di fronte al fatto che gli standard che abbiamo messo in piedi sono in realtà (non intenzionalmente) un contratto che ci assicura la sconfitta nei conflitti futuri, finché i nemici, più determinati a vincere che a combattere onestamente, abbastanza naturalmente cercheranno e troveranno il modo di sfruttare questi standard come debolezze. Ciò funzionò in larga misura in Vietnam (a prescindere dall’incompetenza e dalla corruzione del governo del Vietnam del Sud), ed è stato affilato alla perfezione dai jihadisti in Iraq, poiché essi traggono i massimi vantaggi dalla protezione della nostra costituzione e del nostro sistema legislativo per propugnare la loro jihad nel paese. Nel momento stesso in cui abbiamo stabilito degli standard per noi stessi, ci siamo immediatamente messi in una posizione di svantaggio rispetto a chi non li ha.
William Tecumseh Sherman, le cui brutali tattiche hanno almeno in parte condotto alla fine della guerra civile Americana, si dice abbia detto “la guerra è crudeltà. E’ inutile provare a raffinarla. Più crudele è più rapidamente finisce”. Per contrasto, ricordo una scena di Apocalypse Now, il grande film sulla guerra del Vietnam, dove il capitano Willard narra, “Era un modo che avevamo per restare noi stessi: li tagliavamo a metà con la mitragliatrice e poi davamo loro un cerotto. Era una bugia”. Provare ad intraprendere una guerra civilizzata –o, in questo caso, un’occupazione civilizzata - è una menzogna.
La comprensione di questo fatto incontrovertibile non è una concessione alla sconfitta. E’ semplice e umile saggezza. Quando un jihadista, che veste abiti civili, cammina in una moschea affollata o in un mercato e si fa saltare in aria, uccidendo dozzine e ferendo centinaia di persone, qual è la ricompensa per questo atto? Cosa avremo dopo? Anche se dovessimo andare e condurre una brutale ricerca casa per casa – che quasi certamente sarebbe condannata come immorale da ogni media e dalla maggior parte delle nazioni del mondo – chi andremo a cercare, e come sapremo che l’avremo trovato? Il punto è chiaro naturalmente, perché nell’attuale età della comunicazione globale alla velocità della luce, che generalmente sono anti-Americane e contro la guerra, non condurremo mai un’operazione su una scala necessaria a sradicare i jihadisti e le loro armi, perché i burocrati che fanno funzionare questa guerra desiderano il politicamente corretto più della vittoria. E anche se la facessimo, potremmo forse impedire all’Iran di rifornirli? Per tre anni abbiamo mostrato una completa inabilità a fare ciò. Anche se eliminiamo l’esercito di mahdi di Al-Sadr e le sue squadre della morte, questi possono sempre ritornare alla campagna degli attentati suicidi, dalla quale è quasi impossibile difendersi (non è realmente suicidio per i jihadisti, ma sto divagando).
La necessità della brutalità è evidenziata specialmente quando consideriamo che il nemico jihadista considera la morte il più alto onore che i nostri coraggiosi uomini e donne possano elargirgli. Come Ho Chi Minh, che disse “potete uccidere dieci dei nostri uomini per ognuno che uccidiamo dei vostri, ma anche a questa disparità, voi perderete e noi vinceremo”; i jihadisti non sono scoraggiati dalle vittime. Quando uno di loro è ucciso, questi fanno festa, poiché nel momento in cui la sua vita cessa arrivano istantaneamente in paradiso, dove 72 vergini li aspettano, elogiandoli per la loro eleganza. Bin Laden si riferisce ai Musulmani come la nazione dei martiri; la nazione che desidera la morte più di quanto voi desiderate la vita, e cita il Corano 3,169-171:
Non pensare a coloro che sono uccisi nella Causa di Allah come morti. Sono vivi invece e ben provvisti dal loro Signore. Si rallegrano di quello che Allah, per sua grazia, concede. E a quelli che sono rimasti dietro loro, danno la lieta novella: “Nessun timore, non ci sarà afflizione”. Annunciano la novella del beneficio di Allah e della grazie e che Allah non lascia andar perduto il compenso dei credenti.
Effettivamente Bin Laden ha ragione: siamo una cultura di vita. Anche per il più devoto Ebreo o Cristiano, senza menzionare secolaristi, atei e agnostici, la vita è un dono prezioso che deve essere stimato, apprezzato, vissuto al massimo. Se crediamo nel Cielo, arriveremo a tempo debito. I fondamentalisti Musulmani pensano, questa vita è una prigione per il credente e un paradiso per i miscredenti. Come possiamo, contro un tale nemico, intraprendere una guerra di misericordia e pietà e aspettarci di vincere?
Questo non deve necessariamente suggerire che dovremmo trasformare l’Iraq in un parcheggio. Di nuovo, in primo luogo non penso dovremo essere là, perché, ancora, io credo vi fossero alternative alla guerra sia contro l’Iraq che l’Afghanistan che avrebbero potuto proteggere la nostra patria meglio della strategia attuale. Ma, ancora, sto divagando. Nel 1992, l’allora Generale dei capi del personale, Colin Powell, ha detto: “Non dobbiamo… mandare forze militari in una crisi con una missione poco chiara che non possono compiere – come abbiamo fatto quando abbiamo mandato i marines in Libano nel 1983. Abbiamo mandato quei fieri guerrieri nel mezzo di una guerra civile a cinque fazioni con i terroristi, chi prende gli ostaggi, e una dozzina di spie in ogni campo, e abbiamo detto, ‘signori, siate un cuscinetto’. Il risultato furono 241 marines e marinai Americani morti e un ritiro degli stati uniti dalla zona disturbata”. Ditemi se questo non descrive la situazione attuale.
E lasciamo parlare i media per un momento. Chi avrebbe mai immaginato a cosa la seconda guerra mondiale sarebbe somigliata se fosse stata intrapresa in un ambiente mediatico simile a quello attuale? Possiamo immaginare gli attacchi contro Roosevelt per aver mandato le nostre truppe alla guerra, mal equipaggiate e mal rifornite? I nostri carri armati Sherman non avevano partita contro i panzer tedeschi; le loro mitragliatrici MG-42 avevano una frequenza di tiro 3 volte maggiore di qualsiasi arma nell’arsenale Americano, e i giapponesi Zero avevano dominato i cieli Americani fino a quando i Mustang e gli Hellcat vennero progettati anni dopo Pearl Harbor. Il 6 giugno 1944, il D-day, gli Americani hanno sofferto oltre 1400 morti, oltre 3100 feriti, e quasi 2000 dispersi. Questo è stato in un giorno. Il numero medio delle truppe della coalizione (notate, l’intera coalizione, non solo Americani) uccise ogni giorno in Iraq è 2,32. Ciò significa che alla coalizione occorrono due anni per raggiungere il numero totale di Americani uccisi in un giorno della seconda guerra mondiale. E in nome di Dio, non parliamo di Iwo Jima (oltre 6800 KIA).
Nella seconda guerra mondiale, le forze aeree alleate hanno ridotto intere città Tedesche e Giapponesi in rovine; molta di questa distruzione è stata fatta prima dell’uso di Little Boy su Hiroshima e Fat Man su Nagasaki. Quando gli alleati sono entrati a Berlino questa era praticamente un mucchio di macerie.

gli alleati occupano Berlino

Dresda in rovina, in condizioni non migliori di quelle di Hiroshima

Tokyo brucia
La brutalità di questi atti, comeWilliam Tecumseh Sherman suggerisce, ha messo in ginocchio i nostri nemici, accorciare la guerra, e salvato un numero immenso di vite che sarebbero state inevitabilmente perse durante una guerra prolungata. Oggi l’uso di bombe con guida satellitare e laser ha ben poca efficacia contro i combattenti jihadisti che combattono dalle loro case e moschee. Possiamo colpire un obiettivo militare senza danneggiare i luoghi civili che lo circondano, ma armi che possono distinguere tra un combattente e un non combattente non saranno sviluppate tanto presto. Affrontando questa realtà, sessanta anni fa Fallujah sarebbe stata ridotta ad un rovina e nessuno avrebbe battuto ciglio, eccetto forse i rivoltosi iracheni che hanno temuto le conseguenze della loro barbarie – che sarebbe stata ripagata con la nostra. Oggi ogni civile ucciso è messo a fuoco come in un laser, senza accennare ad ogni morte Americana, con i media che urlano all’omicidio sanguinoso affinché sia proibito prendere foto delle loro bare ricoperte di drappi arrivare a Dover AFB.
La guerra, come tutti riconosciamo, è un disgustoso peccato umano. E’ a volte è anche una malaugurata necessità. Essere sottoposti agli orrori della guerra ha la tendenza ad annegare e a farci dimenticare la necessità di essa: perdiamo la nostra vigilanza, la nostra volontà di vedere una fine, di fare ciò che è necessario per vincere, non ciò che è necessario ad apparire civili commettendo atti incivili. Questa è una realtà moderna inevitabile: vedremo la distruzione, spesso con reporter che la inquadrano. Vedremo morti e corpi mutilati, spesso donne e bambini. Sentiremo parlare di ogni soldato ucciso, come se un soldato che muore in guerra sia qualcosa di mai udito prima o scioccante. Saremo subissati dai rapporti spuri sui civili uccisi da quando la guerra è cominciata. Qualsiasi cosa indebolisca la nostra volontà di vincere, per sottolineare ed esagerare l’incompetenza del governo - e queste non sono neppure le tattiche del nemico. Questi sono in nostri stessi media.
Così, con questi sobri fatti a disposizione, tento di dirvi che il ritiro non è una sconfitta; non è una resa nel senso tradizionale del termine. E’ semplicemente la saggezza dell’arte della guerra, la consapevolezza che vinceremo se sapremo riconoscere quando dobbiamo combattere e quando non. Chiaramente, questa è una lotta che non avremmo mai dovuto cominciare, soprattutto considerando la nostra riluttanza e incapacità a combattere una guerra per conto nostro, cosiddetta “civilizzata”, in termini “onorevoli”; e conoscendo il nostro nemico e sapendo che usa queste “onorevoli” e “civilizzate” strategie a proprio vantaggio, non c’è ragione, razionale o sensata, per cui dovremmo continuare a rimanere.
Se il nostro ritiro è definito in questo contesto, possiamo andarcene fuori dall’Iraq a testa alta, ben consci che, mentre certamente non siamo stati sconfitti, siamo stati inabilitati a completare il nostro obiettivo perché il nostro nemico rifiuta di levarsi in piedi e combattere faccia a faccia, e usa mezzi codardi e disdicevoli per intraprendere la loro campagna di guerriglia – mescolandosi tra i civili, scegliendoli chiaramente come bersagli e macellandoli: uomini, donne, bambini e vecchi, indiscriminatamente. Attaccano le case di culto. Hanno rapito civili e hanno mutilato i loro corpi. Li hanno decapitati in video e hanno mostrato questa barbarie al mondo intero. I nostri soldati sanno che, se fosse loro desiderio, potrebbero devastare l’intero paese, portando tutti – jihadisti e non combattenti ugualmente – in ginocchio, e se avessero combattuto i jihadisti in una guerra aperta questi ultimi sarebbero stati agnelli al macello. Loro, invece, hanno una campagna designata per scuotere e far inorridire, con mezzi inumani, la volontà di vincere nella psiche Americana:

un jihadista posa fieramente accanto al cadavere mutilato di un Americano
E tre anni di questa barbarie ha preso il proprio tributo. Non solo dagli Americani, ma specialmente dagli iraqeni, che, in grande maggioranza, considerano gli attacchi contro bersagli della coalizione giustificabili, e comunque addestrati dagli Americani per sorvegliare e rendere sicuro il loro paese, spesso si limitano semplicemente a percepire il loro stipendio e a non fare quasi nulla per portare il loro paese sotto controllo. Non se ne preoccupano abbastanza, e sono nauseati dalla nostra incapacità di fare questo per loro. Si giunge a un punto in cui non possiamo più incolparci per lo sradicamento di una struttura politica quando gli indigeni continuamente – per tre anni – esprimono una non-volontà a governarsi a loro vantaggio.
Forse l’ostacolo psicologico più grande nella mente Americana per il ritiro è il complesso della Somalia, che ci fa ricordare le barbarie somale nel trascinare i corpi dei nostri soldati morti attraverso le vie di Mogadiscio, presto seguite dalle truppe Americane che lasciano il paese, percepiti da Al Qaeda come se avessero la coda tra le gambe. Questa percezione è stata adeguatamente descritta da Bin Laden, quando ha detto, “quando la gente vede un cavallo forte e un cavallo debole, per natura gradiranno il cavallo forte”.
Ma questo ci porta inevitabilmente di nuovo alla necessità di proteggere la nostra patria, come ho sottolineato nella parte uno. Lasciamo che i jihadisti ballino come le scimmie che sono; lasciamo che sparino i loro Kalashnikov in aria, e distribuiscono caramelle e cantino “abbasso l’America, morte ad Israele (bla bla bla)”. E allora? Qual è la loro prossima mossa? Che cosa faranno per portare l’America in ginocchio? Se concordate con le premesse della parte uno, capirete che l’11 Settembre non sarebbe mai dovuto avvenire in primo luogo, perché nessuno dei perpetratori avrebbe avuto alcun affare in America. E così dovrebbe essere con i jihadisti futuri – futuri perpetratori di futuri 11 settembre. Come potranno entrare da noi se chiudiamo loro la porta in faccia? E così, tutto il loro urlare e cantare e promettere di distruggere l’America non sarebbe altro che urla e furia, senza significato.
E questo, alla fine, se avessimo metà della decisione e della pazienza dei jihadisti, porterebbe infine alla nostra vittoria, mentre i jihadisti frustrati svilupperanno vecchi sogni di portare la distruzione in America, ma non sarebbero mai capaci di venire dentro i nostri confini o lidi. Vinceremmo perché avremmo capito quando combattere e quando non, conoscendo il nostro nemico e noi stessi.