martedì, 27 febbraio 2007

Ho avuto stamattina la possibilità, frugando un po' per la rete, di imbattermi in questo sito: http://www.thereligionofpeace.com/

Dopo averlo letto e consultato per bene, non ho potuto che inserirlo fra i link: volete scoprire se l'Islam è davvero una "religione di pace"? Date un'occhiata, al solito, basta un click del mouse....fatti, date, cifre, riferimenti; per fortuna siti come questo stanno sviluppandosi sempre di più, molte persone cominciano ad avere quantomeno un piccolo sospetto, il sentore che questa favoletta dell'Islam buono e pacifico (smentita ogni giorno dalle azioni violente dei suoi adepti) è per l'appunto solo una storiella che serve a tenerli buoni.

In mezzo al mare di correttezza politica e di tolleranza suicida che invade ogni giorno i mezzi di comunicazione, questo è un buon segno. Ma c'è ancora molto lavoro da fare . Intanto, per il momento, fatevi venire un dubbio, leggete qualcosa che non siano i quotidiani della vulgata buonista, ragionate con le vostre teste. Le risposte sono a portata di mano, aprite una copia del Corano e ve ne renderete conto: la radice maligna ce l'avete davanti agli occhi.

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sabato, 24 febbraio 2007

Londra, ragazze indù picchiate per farle convertire all’islam

La ricompensa è di 5.000 sterline. Le prede da adescare sono ragazze di religione indù e sikh. Il metodo consigliato è un invito al pub, l’offerta di qualche birra da consumare. E l’obiettivo è imperativo: convertire ragazze all’islam, anche con la forza. «Il lavoro sarà duro, ma non è impossibile», recita un volantino distribuito per le strade di Luton, nord di Londra. Lungo e inequivocabile il testo: «Dobbiamo mandare i nostri giovani per le strade e spingere le giovani di religione sikh nelle braccia dell’Islam. L’insegnamento del grande profeta Maometto deve essere diffuso fino a che il mondo intero non sarà musulmano. Solo così il mondo sarà salvato». Firmato: «Il vero movimento del califfato. Gli occhi, le orecchie e la voce dell’Islam». La campagna degli estremisti in suolo britannico è cominciata a Luton, ma sembra aver fatto proseliti anche altrove: Birmingham, Leeds e Bradford, nord dell’Inghilterra, il luogo dal quale provenivano gli attentatori del 7 luglio, e poi Londra. La polizia inglese l’ha ribattezzata la tattica delle «conversioni forzate». Il terreno ideale sembra essere l’università. Da alcuni campus sono arrivate le prime denunce di giovani indù e sikh, minacciate e persino picchiate, costrette a lasciare l’università e ad abbracciare l’Islam. E dai college inglesi è giunta la conferma che quei volantini hanno sortito il loro effetto. A far scattare l’allarme è stata “Hindu Forum of Britain”, l’organizzazione - espressione della comunità religiosa nel Regno Unito - che dialoga regolarmente con la stampa e il governo britannico. «Abbiamo segnalato le denunce fatte da tante ragazze della nostra comunità alla polizia: i casi - ha spiegato al Giornale Ramesh Kallidai, segretario generale dell’organizzazione - stanno diventando sempre più numerosi e molte giovani hanno paura di denunciare. Ecco perché ci battiamo perché si parli del fenomeno. Perché chi non ha ancora parlato, ci dica davvero quali aggressioni ha subìto e perché si crei un clima generale di denuncia che aiuti a fermare questo fenomeno». Il capo della Metropolitan Police, Ian Blair (l’uomo che ha gestito l’emergenza attentati del luglio 2005) ha annunciato di aver inviato i propri uomini nei pressi delle università, i luoghi scelti dagli estremisti islamici per avviare la propria campagna, in modo da incoraggiare le vittime a cercare aiuto, anche rivolgendosi a strutture di sostegno psicologico se non volessero contattare direttamente la polizia. Le forze dell’ordine, infatti, non possono agire direttamente all’interno dei campus. Proprio qui gli estremisti di Allah hanno lavorato più efficacemente. «Nelle ultime settimane abbiamo ricevuto una ventina di denunce di ragazze minacciate, costrette a lasciare l’università. Qualcuna ci ha detto - racconta ancora Kallidai - di essere stata persino picchiata per strada». D’altra parte, i volantini parlano chiaro: «È facile portare queste ragazze fuori per un appuntamento, perché in genere amano bere e sanno ben poco della propria religione, ricevendo un’educazione più occidentale. Da lì può cominciare un graduale percorso verso l’Islam». Un percorso che per molte è finito in un incubo di violenza e minacce. E che conferma il risultato di un sondaggio recentemente diffuso dalla Gallup e realizzato fra il 2005 e il 2006, il più vasto condotto tra gli islamici (10mila musulmani ascoltati in dieci Paesi a maggioranza islamica). Secondo l’indagine, i musulmani si stanno sempre più radicalizzando e hanno accentuato il loro sentimento anti-americano. Un sentimento diffuso fra il 79% della popolazione saudita. Il 7% degli islamici ha dichiarato apertamente che quello dell’11 settembre è stato un attacco «completamente giustificato».

 Gaia Cesare (Il Giornale)

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giovedì, 22 febbraio 2007
Prodi si è dimesso. Da domani le consultazioni di Napolitano
Il premier è salito al Quirinale per rimettere il mandato dopo la sconfitta al Senato sulla politica estera: mezz'ora a colloquio con il capo dello Stato
Tutti sapevano che sarebbe successo, alla fine. Finalmente!!
Modifico questo post semplicemente per rilevare un fatto che credo importante:a tutt'oggi,venerdì 23 febbraio,Prodi non ha avuto il coraggio non dico di mostrare la sua faccia in TV per spiegare agli Italiani che il suo governo non c'è più e assumersene la responsabilità politica,ma non ha neanche diramato un comunicato,rilasciato un'intervista....nulla.
Con suprema arroganza ha cacciato fuori da non si sa dove "12 punti",delle farsesche richieste che altri dovrebbero sottoscrivere perchè lui,benevolmente, acconsenta a restare al suo posto......ma vi pare possibile?
Ignobilmente Prodi rovescia il dato di fatto che la sua maggioranza non esiste (e non è mai esistita) e pretende di essere ancora l'uomo adatto alla situazione,quando il Senato l'ha già defenestrato.
Ignobile tutto ciò,un'azione assolutamente non democratica, dove si decide del fututo del governo senza tenere conto della realtà,e financo della Costituzione, che se ne frega che vengano sottoscritti 12, 24 o 200 punti:quando un governo cade, cade e non si può far finta di niente accordandosi fra compari, rifiutandosi di vedere le cose come stanno solo perchè i fatti non piacciono.
E' la solita mentalità comunista:se i fatti vanno contro le loro idee,beh, devono essere i fatti a cambiare... Col cavolo! Ancora pensano di poter decidere loro per noi,per il nostro bene, certo... Inetti e incapaci sono,e arroganti oltre misura.
Napolitano deve cacciarli via, sciogliere le Camere e indire le elezioni. Punto e basta. Caro Prodi, A CASA!
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lunedì, 19 febbraio 2007

Premi, poltrone, plausi Per gli ex terroristi arrivano gli anni d’oro

Sfila come un divo, fra abbracci ai tanti ex della lotta armata e applausi. Oreste Scalzone è l’ultimo esempio di quella metamorfosi che ha portato molti ex terroristi dalle galere o dalla latitanza o dalle retrovie della società ai primi posti, sotto i riflettori, a convegni, premi e forum. Un fenomeno inarrestabile. Lui, l’ex leader di Autonomia, era ricercato ancora poche settimane fa dalla giustizia, ma la storia è finita proprio all’italiana: prescrizione del reato, ovvero non si è riusciti in un quarto di secolo ad arrivare ad una sentenza definitiva. E così, fra proclami pararivoluzionari e concertini improvvisati con la sua fisarmonica, Scalzone ha cominciato a girovagare per l’Italia manco fosse una madonna pellegrina. Sabato, a Vicenza, i giovani no global gli chiedevano: «Oreste, quando vieni da noi ad insegnarci all’Università?». E lui, meglio di un professore, ha distillato il suo pensiero: «Chi grida 10, 100, 1000 Nassirya è un frustrato. Ma scusate, le Br hanno mai detto: 10, 100, 1000 Aldo Moro?».
Un quesito che potrebbe essere girato ad un altro docente d’eccezione: Renato Curcio. Sì, nientemeno lui, il fondatore delle Br, colui che al convegno di Pecorile nell’agosto 1970 diede il via alla lotta armata. Pure lui, poco più di un mese fa, è salito in cattedra, all’Università del Salento di Lecce, e davanti a centocinquanta ragazzi ha tessuto a modo suo la riflessione sugli anni di piombo: «Vengo da una famiglia valdese, l’abiura non è un modo serio per affrontare le questioni e i valdesi l’hanno pagata con diverse gole tagliate». Messo in chiaro il rapporto con il passato, ha regolato anche quello con la propria biografia. «Cattivo maestro io? Non so se sono un maestro, nemmeno se sono buono o cattivo. Sono un’immagine sovradimensionata di una realtà più modesta».
Naturalmente, ciascuno è libero di rileggere come meglio crede l’album degli anni Settanta e Ottanta. Certo, negli ultimi tempi gli stessi protagonisti di quella stagione di lutti e sciagure hanno dimenticato, alla spicciolata, il carcere, e hanno tracimato nella società occupando cariche e poltrone. Può apparire surreale, ma la conquista del potere, fallita drammaticamente allora, oggi è per alcuni una realtà.
Sergio D’Elia, negli anni Settanta capo del gruppo toscano di Prima linea, è deputato della Rosa nel Pugno e, addirittura, segretario d’aula alla Camera. Mariella Magi, vedova dell’agente Fausto Dionisi, morto alle Murate di Firenze durante un assalto dei piellini, è scoppiata a piangere quando ha saputo la notizia e ha scagliato il suo anatema contro lo Stato: «Le istituzioni mi hanno abbandonato. E hanno lasciato sola mia figlia che è cresciuta senza conoscere suo padre». Lorenzo Conti, figlio del’ex sindaco di Firenze Lando Conti, ucciso dalle Br nel 1986, ha fatto anche di più, uno sciopero della fame e poi un appello al Presidente della Repubblica per evitare l’ultima umiliazione dopo la polvere mangiata negli anni scorsi: un mondo a rovescio, dove gli ex terroristi ricevono borse di studio e consulenze, i familiari di chi non c’è più si arrangiano ai bordi della società. E quando ottengono un riconoscimento, capita che sia peggio di uno schiaffo, come può documentare la vedova del Procuratore generale di Genova Francesco Coco, eliminato dalle Br a nel 1976: la medaglia d’oro è arrivata a domicilio, come una raccomandata o una multa.
D’Elia ha scalato la piramide della politica italiana, altri occupano caselle importanti su e giù per il Paese. Susanna Ronconi, addirittura due volte ex - Br e Prima linea - è entrata nella Consulta nazionale per le tossicodipendenze. E a chi ricordava il suo passato, il ministro della solidarietà Paolo Ferrero ha risposto per le rime: «Susanna Ronconi ha titoli scientifici maggiori di altri componenti della Consulta». Punto. Lei ha provato a ribaltare l’indignazione dei parenti di chi è solo una foto ingiallita: «Dico loro di considerare che la vita che conduco oggi è la vittoria della democrazia sulla lotta armata».
L’elenco dei promossi è lungo, perfino noioso. Qualche accenno può bastare. Roberto Del Bello, una condanna per banda armata, è capo della segreteria del sottosegretario all’Interno Francesco Bonatto (Prc); Silvia Baraldini, nome simbolo di una certa difficoltà di rapporti fra Italia e Usa, era stata condannata negli Stati Uniti a 40 anni, poi venne estradata con la promessa del nostro governo che nulla sarebbe cambiato. Invece, la situazione si modifica e non di poco: nel 2001 gli arresti domiciliari, peraltro dovuti a causa delle gravi condizioni di salute, nel dicembre 2002 addirittura un contratto di consulenza da 12mila euro con il Campidoglio. E subito dopo la richiesta, quasi scontata, di chiarimenti da parte dell’ambasciata di Washington.
Altri navigano fuori dai circuiti delle istituzioni, ma finiscono lo stesso sui giornali: perché il loro presente è colmo di talenti e di soddisfazioni. Adriana Faranda, la postina del sequestro Moro, ha vinto recentemente con «Il volo della farfalla» (Rizzoli) il premio De Lollis, con il patrocinio della regione Abruzzo. E alle proteste di chi ha sofferto, ha replicato così: «Gli si dia spazio, siano messi in grado di esprimere tutto il loro dolore. Solo però io mi chiedo perché dovrei stare zitta».
L’ultima notizia dal fronte degli ex arriva da Genova: c’era anche Fabio Fazio all’inaugurazione, affollata, del ristorante di Isabella Ravazzi, femminista storica e compagna di Enrico Fenzi, intellettuale e nome di spicco della colonna ligure delle Br. Il nome del locale è un programma: «Ombre rosse».

Stefano Zurlo (Il Giornale)

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domenica, 18 febbraio 2007

Ecco la seconda parte dell'articolo (ottimo) di Ibn Iblis tratto da FaithFreedom.org

L'Arte della Guerra (seconda parte)

di Ibn Iblis

 

Dobbiamo riconoscere che ci sono cinque requisiti per la vittoria:
Vincerà colui che conosce quando combattere e quando non.
Vincerà colui che conosce come maneggiare sia forze superiori che inferiori.
Vincerà l’esercito che è animato dallo stesso spirito in tutti i suoi ranghi.
Vincerà colui che, preparato, attende di prendere il nemico impreparato.
Vincerà colui che ha la capacità militare e non è interdetto dal sovrano.
La vittoria si trova nella conoscenza di questi cinque punti. Quindi il detto: se conosci il nemico e te stesso, non dovete temere il risultato di cento battaglie.

~ Sun Tzu

Ne l’Arte della Guerra I ho parlato della necessità di conoscere il nostro nemico e di conoscersi per conservare la nostra civiltà dalla minaccia globale della jihad. Con il passaggio delle recenti elezioni, e la campagna che le hanno precedute, il tema del ritiro dall’Iraq ha assunto un ruolo centrale nel dibattito sulla politica Americana. Io sono completamente a favore del ritiro, e l’insieme delle mie ragioni sono argomentate nella parte I.

E’ ormai scaduto e da molto il tempo che l’America e l’Occidente avevano per rendersi conto che la guerra moderna, come definito dalle nostre cosiddette istituzioni civilizzate – es. UN, il diritto internazionale, la convenzione di Ginevra, ecc.- non può più portare ad una conclusione coronata da successo perché

<!--[if !supportLists]-->A-    <!--[endif]-->Chi concorda di attenersi a questi standard tende a non intraprendere la guerra con altri, e

B-    <!--[endif]-->Ci troviamo inevitabilmente a combattere nemici che non si attengono a questi standard.

Dobbiamo metterci di fronte al fatto che gli standard che abbiamo messo in piedi sono in realtà (non intenzionalmente) un contratto che ci assicura la sconfitta nei conflitti futuri, finché i nemici, più determinati a vincere che a combattere onestamente, abbastanza naturalmente cercheranno e troveranno il modo di sfruttare questi standard come debolezze. Ciò funzionò in larga misura in Vietnam (a prescindere dall’incompetenza e dalla corruzione del governo del Vietnam del Sud), ed è stato affilato alla perfezione dai jihadisti in Iraq, poiché essi traggono i massimi vantaggi dalla protezione della nostra costituzione e del nostro sistema legislativo per propugnare la loro jihad nel paese. Nel momento stesso in cui abbiamo stabilito degli standard per noi stessi, ci siamo immediatamente messi in una posizione di svantaggio rispetto a chi non li ha.

William Tecumseh Sherman, le cui brutali tattiche hanno almeno in parte condotto alla fine della guerra civile Americana, si dice abbia detto “la guerra è crudeltà. E’ inutile provare a raffinarla. Più crudele è più rapidamente finisce”. Per contrasto, ricordo una scena di Apocalypse Now, il grande film sulla guerra del Vietnam, dove il capitano Willard narra, “Era un modo che avevamo per restare noi stessi: li tagliavamo a metà con la mitragliatrice e poi davamo loro un cerotto. Era una bugia”. Provare ad intraprendere una guerra civilizzata –o, in questo caso, un’occupazione civilizzata - è una menzogna.

La comprensione di questo fatto incontrovertibile non è una concessione alla sconfitta. E’ semplice e umile saggezza. Quando un jihadista, che veste abiti civili, cammina in una moschea affollata o in un mercato e si fa saltare in aria, uccidendo dozzine e ferendo centinaia di persone, qual è la ricompensa per questo atto? Cosa avremo dopo? Anche se dovessimo andare e condurre una brutale ricerca casa per casa – che quasi certamente sarebbe condannata come immorale da ogni media e dalla maggior parte delle nazioni del mondo – chi andremo a cercare, e come sapremo che l’avremo trovato? Il punto è chiaro naturalmente, perché nell’attuale età della comunicazione globale alla velocità della luce, che generalmente sono anti-Americane e contro la guerra, non condurremo mai un’operazione su una scala necessaria a sradicare i jihadisti e le loro armi, perché i burocrati che fanno funzionare questa guerra desiderano il politicamente corretto più della vittoria. E anche se la facessimo, potremmo forse impedire all’Iran di rifornirli? Per tre anni abbiamo mostrato una completa inabilità a fare ciò. Anche se eliminiamo l’esercito di mahdi di Al-Sadr e le sue squadre della morte, questi possono sempre ritornare alla campagna degli attentati suicidi, dalla quale è quasi impossibile difendersi (non è realmente suicidio per i jihadisti, ma sto divagando).

La necessità della brutalità è evidenziata specialmente quando consideriamo che il nemico jihadista considera la morte il più alto onore che i nostri coraggiosi uomini e donne possano elargirgli. Come Ho Chi Minh, che disse “potete uccidere dieci dei nostri uomini per ognuno che uccidiamo dei vostri, ma anche a questa disparità, voi perderete e noi vinceremo”; i jihadisti non sono scoraggiati dalle vittime. Quando uno di loro è ucciso, questi fanno festa, poiché nel momento in cui la sua vita cessa arrivano istantaneamente in paradiso, dove 72 vergini li aspettano, elogiandoli per la loro eleganza. Bin Laden si riferisce ai Musulmani come la nazione dei martiri; la nazione che desidera la morte più di quanto voi desiderate la vita, e cita il Corano 3,169-171:

Non pensare a coloro che sono uccisi nella Causa di Allah come morti. Sono vivi invece e ben provvisti dal loro Signore. Si rallegrano di quello che Allah, per sua grazia, concede. E a quelli che sono rimasti dietro loro, danno la lieta novella: “Nessun timore, non ci sarà afflizione”. Annunciano la novella del beneficio di Allah e della grazie e che Allah non lascia andar perduto il compenso dei credenti.

Effettivamente Bin Laden ha ragione: siamo una cultura di vita. Anche per il più devoto Ebreo o Cristiano, senza menzionare secolaristi, atei e agnostici, la vita è un dono prezioso che deve essere stimato, apprezzato, vissuto al massimo. Se crediamo nel Cielo, arriveremo a tempo debito. I fondamentalisti Musulmani pensano, questa vita è una prigione per il credente e un paradiso per i miscredenti. Come possiamo, contro un tale nemico, intraprendere una guerra di misericordia e pietà e aspettarci di vincere?

Questo non deve necessariamente suggerire che dovremmo trasformare l’Iraq in un parcheggio. Di nuovo, in primo luogo non penso dovremo essere là, perché, ancora, io credo vi fossero alternative alla guerra sia contro l’Iraq che l’Afghanistan che avrebbero potuto proteggere la nostra patria meglio della strategia attuale. Ma, ancora, sto divagando. Nel 1992, l’allora Generale dei capi del personale, Colin Powell, ha detto: “Non dobbiamo… mandare forze militari in una crisi con una missione poco chiara che non possono compiere – come abbiamo fatto quando abbiamo mandato i marines in Libano nel 1983. Abbiamo mandato quei fieri guerrieri nel mezzo di una guerra civile a cinque fazioni con i terroristi, chi prende gli ostaggi, e una dozzina di spie in ogni campo, e abbiamo detto, ‘signori, siate un cuscinetto’. Il risultato furono 241 marines e marinai Americani morti e un ritiro degli stati uniti dalla zona disturbata”. Ditemi se questo non descrive la situazione attuale.

E lasciamo parlare i media per un momento. Chi avrebbe mai immaginato a cosa la seconda guerra mondiale sarebbe somigliata se fosse stata intrapresa in un ambiente mediatico simile a quello attuale? Possiamo immaginare gli attacchi contro Roosevelt per aver mandato le nostre truppe alla guerra, mal equipaggiate e mal rifornite? I nostri carri armati Sherman non avevano partita contro i panzer tedeschi; le loro mitragliatrici MG-42 avevano una frequenza di tiro 3 volte maggiore di qualsiasi arma nell’arsenale Americano, e i giapponesi Zero avevano dominato i cieli Americani fino a quando i Mustang e gli Hellcat vennero progettati anni dopo Pearl Harbor. Il 6 giugno 1944, il D-day, gli Americani hanno sofferto oltre 1400 morti, oltre 3100 feriti, e quasi 2000 dispersi. Questo è stato in un giorno. Il numero medio delle truppe della coalizione (notate, l’intera coalizione, non solo Americani) uccise ogni giorno in Iraq è 2,32. Ciò significa che alla coalizione occorrono due anni per raggiungere il numero totale di Americani uccisi in un giorno della seconda guerra mondiale. E in nome di Dio, non parliamo di Iwo Jima (oltre 6800 KIA).

Nella seconda guerra mondiale, le forze aeree alleate hanno ridotto intere città Tedesche e Giapponesi in rovine; molta di questa distruzione è stata fatta prima dell’uso di Little Boy su Hiroshima e Fat Man su Nagasaki. Quando gli alleati sono entrati a Berlino questa era praticamente un mucchio di macerie.



gli alleati occupano Berlino


Dresda in rovina, in condizioni non migliori di quelle di Hiroshima


Tokyo brucia

La brutalità di questi atti, comeWilliam Tecumseh Sherman suggerisce, ha messo in ginocchio i nostri nemici, accorciare la guerra, e salvato un numero immenso di vite che sarebbero state inevitabilmente perse durante una guerra prolungata. Oggi l’uso di bombe con guida satellitare e laser ha ben poca efficacia contro i combattenti jihadisti che combattono dalle loro case e moschee. Possiamo colpire un obiettivo militare senza danneggiare i luoghi civili che lo circondano, ma armi che possono distinguere tra un combattente e un non combattente non saranno sviluppate tanto presto. Affrontando questa realtà, sessanta anni fa Fallujah sarebbe stata ridotta ad un rovina e nessuno avrebbe battuto ciglio, eccetto forse i rivoltosi iracheni che hanno temuto le conseguenze della loro barbarie – che sarebbe stata ripagata con la nostra. Oggi ogni civile ucciso è messo a fuoco come in un laser, senza accennare ad ogni morte Americana, con i media che urlano all’omicidio sanguinoso affinché sia proibito prendere foto delle loro bare ricoperte di drappi arrivare a Dover AFB.

La guerra, come tutti riconosciamo, è un disgustoso peccato umano. E’ a volte è anche una malaugurata necessità. Essere sottoposti agli orrori della guerra ha la tendenza ad annegare e a farci dimenticare la necessità di essa: perdiamo la nostra vigilanza, la nostra volontà di vedere una fine, di fare ciò che è necessario per vincere, non ciò che è necessario ad apparire civili commettendo atti incivili. Questa è una realtà moderna inevitabile: vedremo la distruzione, spesso con reporter che la inquadrano. Vedremo morti e corpi mutilati, spesso donne e bambini. Sentiremo parlare di ogni soldato ucciso, come se un soldato che muore in guerra sia qualcosa di mai udito prima o scioccante. Saremo subissati dai rapporti spuri sui civili uccisi da quando la guerra è cominciata. Qualsiasi cosa indebolisca la nostra volontà di vincere, per sottolineare ed esagerare l’incompetenza del governo - e queste non sono neppure le tattiche del nemico. Questi sono in nostri stessi media.

Così, con questi sobri fatti a disposizione, tento di dirvi che il ritiro non è una sconfitta; non è una resa nel senso tradizionale del termine. E’ semplicemente la saggezza dell’arte della guerra, la consapevolezza che vinceremo se sapremo riconoscere quando dobbiamo combattere e quando non. Chiaramente, questa è una lotta che non avremmo mai dovuto cominciare, soprattutto considerando la nostra riluttanza e incapacità a combattere una guerra per conto nostro, cosiddetta “civilizzata”, in termini “onorevoli”; e conoscendo il nostro nemico e sapendo che usa queste “onorevoli” e “civilizzate” strategie a proprio vantaggio, non c’è ragione, razionale o sensata, per cui dovremmo continuare a rimanere.

Se il nostro ritiro è definito in questo contesto, possiamo andarcene fuori dall’Iraq a testa alta, ben consci che, mentre certamente non siamo stati sconfitti, siamo stati inabilitati a completare il nostro obiettivo perché il nostro nemico rifiuta di levarsi in piedi e combattere faccia a faccia, e usa mezzi codardi e disdicevoli per intraprendere la loro campagna di guerriglia – mescolandosi tra i civili, scegliendoli chiaramente come bersagli e macellandoli: uomini, donne, bambini e vecchi, indiscriminatamente. Attaccano le case di culto. Hanno rapito civili e hanno mutilato i loro corpi. Li hanno decapitati in video e hanno mostrato questa barbarie al mondo intero. I nostri soldati sanno che, se fosse loro desiderio, potrebbero devastare l’intero paese, portando tutti – jihadisti e non combattenti ugualmente – in ginocchio, e se avessero combattuto i jihadisti in una guerra aperta questi ultimi sarebbero stati agnelli al macello. Loro, invece, hanno una campagna designata per scuotere e far inorridire, con mezzi inumani, la volontà di vincere nella psiche Americana:


un jihadista posa fieramente accanto al cadavere mutilato di un Americano

E tre anni di questa barbarie ha preso il proprio tributo. Non solo dagli Americani, ma specialmente dagli iraqeni, che, in grande maggioranza, considerano gli attacchi contro bersagli della coalizione giustificabili, e comunque addestrati dagli Americani per sorvegliare e rendere sicuro il loro paese, spesso si limitano semplicemente a percepire il loro stipendio e a non fare quasi nulla per portare il loro paese sotto controllo. Non se ne preoccupano abbastanza, e sono nauseati dalla nostra incapacità di fare questo per loro. Si giunge a un punto in cui non possiamo più incolparci per lo sradicamento di una struttura politica quando gli indigeni continuamente – per tre anni – esprimono una non-volontà a governarsi a loro vantaggio.

Forse l’ostacolo psicologico più grande nella mente Americana per il ritiro è il complesso della Somalia, che ci fa ricordare le barbarie somale nel trascinare i corpi dei nostri soldati morti attraverso le vie di Mogadiscio, presto seguite dalle truppe Americane che lasciano il paese, percepiti da Al Qaeda come se avessero la coda tra le gambe. Questa percezione è stata adeguatamente descritta da Bin Laden, quando ha detto, “quando la gente vede un cavallo forte e un cavallo debole, per natura gradiranno il cavallo forte”.

Ma questo ci porta inevitabilmente di nuovo alla necessità di proteggere la nostra patria, come ho sottolineato nella parte uno. Lasciamo che i jihadisti ballino come le scimmie che sono; lasciamo che sparino i loro Kalashnikov in aria, e distribuiscono caramelle e cantino “abbasso l’America, morte ad Israele (bla bla bla)”. E allora? Qual è la loro prossima mossa? Che cosa faranno per portare l’America in ginocchio? Se concordate con le premesse della parte uno, capirete che l’11 Settembre non sarebbe mai dovuto avvenire in primo luogo, perché nessuno dei perpetratori avrebbe avuto alcun affare in America. E così dovrebbe essere con i jihadisti futuri –  futuri perpetratori di futuri 11 settembre. Come potranno entrare da noi se chiudiamo loro la porta in faccia? E così, tutto il loro urlare e cantare e promettere di distruggere l’America non sarebbe altro che urla e furia, senza significato.

E questo, alla fine, se avessimo metà della decisione e della pazienza dei jihadisti, porterebbe infine alla nostra vittoria, mentre i jihadisti frustrati svilupperanno vecchi sogni di portare la distruzione in America, ma non sarebbero mai capaci di venire dentro i nostri confini o lidi. Vinceremmo perché avremmo capito quando combattere e quando non, conoscendo il nostro nemico e noi stessi.

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venerdì, 16 febbraio 2007
TERRORISMO: SILVANO FALESSI FREQUENTAVA CENTRO SOCIALE 'CPA' DI FIRENZE
MARZIA MATERA SORPRESA 8 MESI FA AD ATTACCARE VOLANTINI IN CITTA'

Firenze, 16 feb. - (Adnkronos) - Silvano Falessi, una delle quattro persone arrestate nel milanese nei giorni scorsi con l'accusa di 'istigazione a delinquere' nell'ambito dell'inchiesta sulle nuove Br, risulta essere un frequentatore del Centro Popolare Autogestito di via Villamagna, a Firenze.

 

Sempre una casualità,sempre una cosa imprevedibile.....sì,sì....

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venerdì, 16 febbraio 2007

Non fa schifo all'Unione Diliberto che continua a insultare Berlusconi

 

 Roma - «Istigazione a delinquere? Che mi denuncino allora, ci divertiamo in tribunale. Vi rendete conto della tragedia della politica italiana che si avvita sulle parole?». Il segretario dei Comunisti italiani, Oliviero Diliberto, non intende fare passi indietro sulle pesanti dichiarazioni di mercoledì scorso con il quale ha invitato il popolo della sinistra radicale a «far vedere in tutti i modi che Berlusconi ci fa schifo».
La timidezza dell’Unione ha consentito alla prosopopea dilibertiana di rafforzarsi. Gli esponenti degli altri partiti di maggioranza, infatti, hanno mostrato una certa fiacchezza nel prendere le distanze dall’invettiva. Scagliata contro il leader dell’opposizione in un momento politico delicato caratterizzato dalla recrudescenza brigatista e dalla manifestazione anti-Usa a Vicenza. Per il centrosinistra, stretto tra l’incudine degli obblighi istituzionali e il martello del movimentismo, la circospezione è tuttavia un obbligo.
Solo in questo modo si possono spiegare il silenzio del presidente del Consiglio Prodi e dell’intera Margherita sull’affaire Diliberto. Il segretario dei Ds, Piero Fassino, si è limitato a richiamare gli alleati all’esercizio della «sobrietà» perché «quanto più si vogliono rendere evidenti le differenze politiche tanto più occorre rispetto delle persone». Ma si tratta di un distinguo talmente tiepido che anche le dichiarazioni del ministro del Lavoro, Cesare Damiano, tradizionalmente portato al compromesso, appaiono più nette. «Io non avrei mai detto una cosa del genere», ha affermato il responsabile del Welfare.
«La nostra solidarietà a tutti coloro che sono stati minacciati è indiscussa», ha sottolineato il segretario di Rifondazione, Franco Giordano, manifestando la propria vicinanza anche a Silvio Berlusconi. Come abitudine se il Pdci dice «bianco», il Prc si affretta subito a dire «nero» e viceversa. «Il linguaggio di Diliberto non ci piace, non ci appartiene», ha rilevato Angelo Bonelli dei Verdi. Ma la rincorsa alle dichiarazioni dei politici dell’Unione non ha avuto lo stesso tenore delle polemiche con la Cdl.
A partire dal sindaco di Venezia, Massimo Cacciari. «È una battuta villana. D’altronde non è che Berlusconi sia andato molto per il sottile con Prodi o altri», ha commentato. Per finire con Massimo Donadi (Idv) che ha ricordato quanto fosse preferibile il Diliberto del confronto elettorale con Berlusconi («una critica severa ma pacata») rispetto a quello odierno. Scaramucce ed equilibrismi dialettici scompaginati solo da Roberto Villetti della Rnp («un linguaggio da trivio») e dalla Velina rossa del dalemiano Pasquale Laurito che ha definito Diliberto «un avanguardista».
In un simile contesto lo stato maggiore del Pdci ha soffiato sul fuoco. «Berlusconi semina odio contro i comunisti. Quello di Diliberto è un giudizio estetico che mi accomuna. Estendo lo schifo a tutto il pensiero unico del capitalismo globalizzato», ha ribattuto Marco Rizzo. «Positivo che almeno Diliberto mantenga la memoria di tutto lo schifo che il popolo italiano ha sopportato in cinque anni di governo Berlusconi», ha rincarato Manuela Palermi. Noblesse oblige.

Gian Maria De Francesco (Il Giornale)

Sarà, ma a me fa schifo Diliberto e tutto il sudiciume comunista a lui simile, violento, dittatoriale, ipocrita. E'gente miserabile come lui ad aver sempre rovinato l'Italia.

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venerdì, 16 febbraio 2007

BR: TRA INDAGATI A MILANO UNA VENTINA SINDACALISTI

 MILANO - Tra gli indagati dalla Procura di Milano nell'ambito dell'inchiesta sul Partito comunista politico-militare vi sono anche una ventina di sindacalisti e iscritti alla Fiom-Cgil che, nei giorni scorsi, sono stati perquisiti.

Le perquisizioni sono state complessivamente una settantina, ma non tutte le persone che ne sono state oggetto sono indagate. Ha quindi trovato conferma in ambienti giudiziari milanesi la notizia pubblicata stamani dal Corriere della Sera, che parla, appunto, di una ventina di sindacalisti milanesi Cgil indagati nell'inchiesta.

Ah,ma chi l'avrebbe mai detto! Sono proprio costernato!......Quei bravi ragazzi.....
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mercoledì, 14 febbraio 2007

I 150 sindacalisti che hanno militato nelle Br.

Ecco la lista dei cattivi

Saranno anche sparute «pecore nere» - come ribadiscono ogni volta i vertici della Triplice e delle organizzazioni autonome o di base - ma il gregge sindacale in cui negli anni hanno pascolato terroristi, fiancheggiatori, semplici simpatizzanti del partito armato, fa impressione tanto è vasto. Negli archivi dell’Antiterrorismo la lista dei rappresentanti dei lavoratori «attenzionati» per aver imbracciato il fucile, applaudito alle tesi di certi volantini e risoluzioni strategiche, o più semplicemente per esser stati sorpresi insieme a soggetti sospettati di contiguità con l’eversione rossa, sfiorano la cifra di centocinquanta.
Per dare un’idea del fenomeno occorre partire non dall’ultima retata «sindacale» dell’Ucigos bensì dalle inchieste sugli omicidi Biagi e D’Antona, a commento dei quali illustri rappresentanti del centrosinistra oltreché di Cgil-Cisl e Uil - a margine delle polemiche per le accuse formulate da Sergio Cofferati al giuslavorista ucciso - arrivarono ad ammettere la possibile esistenza di «talpe» e «mandanti» interni al sindacato. Il nome più celebre è quello di Marco Mezzasalma, prigioniero politico dal 24 ottobre 2003 (giorno del suo arresto) leader indiscusso delle nuove Br-Pcc, intestatario del covo romano utilizzato dai capi storici dell’organizzazione con la stella a cinque punte, Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi: l’anonimo signor Mezzasalma aveva in tasca la tessera della Fiom, la federazione dei metalmeccanmici della Cgil. Era un attivissimo delegato di fabbrica alla Lital di Pomezia dove aveva lavoravato e combattuto battaglie sindacali importanti un vecchio killer delle Br, Antonio De Luca. Altro terrorista dalla parte dei lavoratori che spunta nelle inchieste Biagi e D’Antona è Paolo Broccatelli, esponente della Filcams, sindacato dei commercianti pro-Cgil. A margine delle indagini sul delitto del consulente di Antonio Bassolino, seguendo le tracce della colonna toscana, la Digos focalizzò l’attenzione su un ex Cobas passato in Cgil dal 1999 che risultava addirittura in lista per le elezioni alla Rsu: Bruno Di Giovanangelo. Per lungo tempo il candidato è stato considerato il «postino» dell’organizzazione eversiva. Quando lo hanno arrestato, la segreteria Cgil della Toscana lo ha espulso perché «si è messo in lista per le Rsu già sapendo di essere tra i sospettati». Tralasciando le polemiche legate alla «condivisione di alcune parti del documento di rivendicazione delle Br» da parte di Fausto Bertinotti (23 maggio 1999) o di certe allucinanti dichiarazioni di rappresentanti Cobas come Piero Bernocchi o Mara Malavenda («D’Antona non è un eroe - disse la parlamentare ex sindacalista di Pomigliano D’Arco - ci sono operai morti anche per causa sua») sono i fatti e i nomi monitorati dall’Antiterrorismo a fare impressione. Nella indagine Ros sull’omicidio D’Antona e sugli ambienti dell’eversione romana vennero arrestati tre sindacalisti, poi usciti dall’inchiesta, orbitanti nell’organizzazione «Iniziativa comunista». Sulla scia degli omicidi dei due giuslavoristi fece scalpore il delegato Fiom di Vercelli (13 aprile 2004) sorpreso a distribuire volantini e a fare propaganda per i Carc, comitati ripetutamente sott’inchiesta in procedimenti sul terrorismo interno ed internazionale.
In questa zona grigia del sindacato rosso finiscono anche le informative sullo strano suicidio del segretario Fiom-Cisl di Pisa, Cristiano Colombini, minacciato di morte dalle Br per aver firmato un particolare contratto alla Piaggio, nonché le dure intimidazioni della Fiom di Treviso al dirigente dell’Electrolux Zanussi che Biagi aveva voluto con sé alla commissione sullo statuto dei lavoratori. Altro capitolo sott’osservazione dell’Antiterrorismo, quello sui violenti screzi tra sigle sindacali nel luglio del 2002, nonché le tantissime lettere anonime spedite da iscritti ai sindacati (si va dalla bravata di E.V. firmata Br-Pcc nel marzo 2002 alle minacce di morte recapitate da M.A. nel febbraio 2001 a Milano). Scorrendo all’indietro nel tempo ci si imbatte in nomi notissimi degli anni di piombo: Rocco Micaletto, ad esempio. Killer della colonna genovese, già membro della direzione strategica delle Br nel sequestro Moro, viene ricordato come un battagliero rappresentante della Cisl alla Fiat Rivalta di Torino. Roberta Cappelli, pluriergastolana della colonna romana per omicidi di poliziotti e carabinieri, latitante come tanti assassini in Francia, è stata delegata sindacale. Idem Sergio Tornaghi, brigatista della Walter Alasia, ergastolano per più reati: secondo i rapporti di polizia vanta brillanti trascorsi sindacali alla Marelli di Milano mentre il collega nella medesima «colonna», Vittorio Alfieri, guidò la Flm-Cisl all’Alfa Romeo di Arese. Alla Uil-poste faceva invece riferimento Remo Pancelli, leader dell’ala militarista nella «Brigata 28 marzo». Discorso a parte meriterebbe la «brigata ferrovieri» smantellata nel marzo 1982 con l’arresto di quattro sindacalisti (poi scarcerati) della Triplice. Ci sono quindi i capitoli storici. Il primo è dedicato a Luigi Scricciolo e Paola Elia, coniugi sindacalisti Uil, al centro di clamorose vicende processuali, anche internazionali, concluse con un’assoluzione per entrambi. Il secondo parla delle indagini e delle conclusioni processuali per l’omicidio del sindacalista Cgil dell’Italsider, Guido Rossa, assassinato dalle Br in seguito alla delazione del sindacalista Franco Berardi accusato da Rossa di contiguità con le bierre (Berardi successivamente si impiccherà in carcere). Nel commando che uccise Guido Rossa c’era Vincenzo Gagliardo, operaio iscritto al sindacato, ma a sparare fu Riccardo Dura che venne a sua volta ucciso dai carabinieri nel covo di Fracchia a Genova insieme a Lorenzo Betassa, già sindacalista Fim-Cisl alla «Fiat carrozzerie» di Torino e Piero Panciarelli, ex simpatizzante Uil alla Lancia di Chivasso.

Gian Marco Chiocci e Luca Rocca (Il Giornale)

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mercoledì, 14 febbraio 2007

La verità sull'Islam

Fonte: Daily Telegraph

Il politico Olandese anti-immigrazione Geert Wilders ha affermato che i Musulmani dovrebbero buttare via metà del Corano, e ha detto che caccerebbe il Profeta Muhammad fuori da suo paese se questi fosse vivo oggi.

"L'Islam è una religione violenta. Se Muhammad oggi fosse vivo potrei immaginare di cacciarlo via dal paese ricoperto di pece e piume perché estremista." Ha detto Mr Wilders al De Pers Daily in un'intervista.

Mr Wilders, che è visto come un erede del politico populista assassinato Pim Fortuyn e il cui partito ha vinto nove seggi sui 150 del Parlamento nelle elezioni di Novembre, ha avvertito di uno "tsunami di Islamizzazione" in una paese che ospita un milione di Musulmani.

"So che non avremo certo una maggioranza di Musulmani nel prossimo paio di decenni, ma stanno comunque crescendo", ha detto.

"Non hai più la sensazione di stare vivendo nel tuo paese. Vi è una battaglia in corso e dobbiamo difendereci. Presto ci saranno più moschee che chiese qui."

Mr Wilders, che è vissuto sotto stretta protezione dal 2004 quando un Olandese-Marocchino ha ucciso il regista e critico dell'Islam Theo van Gogh, ha lanciato una campagna per bandire il burqa Islamico, vuole fermare l'immigrazione e bandire nuove moschee e scuole religiose.

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