martedì, 31 ottobre 2006
FINANZIARIA: VISCO, SE CONTINUATE COSI SI VA TUTTI A CASA
NEL POMERIGGIO NUOVA RIUNIONE CAPIGRUPPO

Roma, 31 ott. (Adnkronos) - ''Abbiamo fatto il possibile per le classi piu' deboli''. Ma c'e' stato un errore nella comunicazione. E se si continua cosi ''ce ne andiamo tutti a casa''. Il viceministro all'Economia, Vincenzo Visco, parlando al vertice dei capigruppo dell'Unione mette in guardia la maggioranza sulle conseguenze che potrebbero arrivare dalle richieste in materia Irpef. In particolare, a quanto si apprende, il viceministro si sarebbe rivolto a Rifondazione comunista e ai Verdi, che continuano a spingere sulla richiesta di introdurre una sesta aliquota Irpef per i redditi sopra i 150.000 euro. ''Le aliquote -avrebbe detto- non si toccano. Il parlamento ne potra' sempre discutere, pero' secondo me sarebbe un grave errore politico''.

Anche subito,ragazzi,non vi preoccupate,andate pure....

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martedì, 31 ottobre 2006

Sul jihad il Papa non ha sbagliato
di Massimo Introvigne (Il timone. Mensile di informazione e formazione apologetica, anno VIII, n. 56, settembre-ottobre 2006, pp. 14-15)


Dopo il magistrale discorso di Benedetto XVI a Regensburg del 12 settembre 2006, i fondamentalisti Fratelli Musulmani e gli islamologi “buonisti” alla Gilles Kepel, consigliere di Chirac (il cui articolo è stato tempestivamente tradotto da Repubblica), seguiti da diversi politici italiani dell’Unione, hanno chiesto al Papa di ammettere di essersi sbagliato sul rapporto fra islam e violenza e sulla nozione di jihad. Precisato ancora una volta che non intendeva “fare sue” le “brusche” parole dell’imperatore Manuele II Paleologo citate a Regensburg, il Papa ha ribadito in diverse occasioni che la citazione di quell’antico monarca era introduttiva a una riflessione sul rapporto fra “religione e violenza” nelle religioni, in cui nulla vi è da modificare e da cui solo può partire un dialogo fondato sul rispetto ma anche sulla chiarezza

Il Papa ha usato a Regensburg “jihad” come sinonimo di “guerra santa”, nel senso di guerra combattuta con le spade e i cannoni. Gli è stato risposto che il jihad, parola che significa “sforzo sulla via del Signore”, si distingue in “grande jihad”, lo sforzo per dominare le proprie passioni, e in “piccolo jihad”, che è la guerra combattuta con le armi. Si tratta di un’argomentazione ripetuta così spesso che molti la riprendono acriticamente senza darsi pena di esaminarla più da vicino.

Ma l’eminente islamologo americano David Cook, che nel suo recente Understanding Jihad (University of California Press, 2005), ha tracciato la storia del concetto attraverso un’attentissima ricostruzione delle fonti, definisce “patetico e ridicolo” il tentativo di considerare primario nell’islam il significato di jihad come “sforzo spirituale di vivere bene”. Nel suo libro, Cook inchioda i buonisti tramite diverse centinaia di citazioni che dimostrano come nei primi secoli dell’islam, mentre la fede di Muhammad si espande con le armi, oltre il novantacinque per cento dei casi in cui la parola “jihad” ricorre in testi musulmani questa significa guerra armata. Certo, c’è un hadith, un detto del Profeta, in cui questi tornando dalla battaglia alle fatiche della vita quotidiana dichiara di stare ritornando “dal piccolo al grande jihad”. Ma – senza entrare nelle complesse questioni evocate da Cook sulla autenticità degli hadith in genere e di questo in particolare – la questione è mal posta e ignora il cuore del problema, quello precisamente evidenziato da Benedetto XVI. Nell’islam – almeno per il fedele di sesso maschile – non c’è distinzione netta fra vita spirituale e difesa e propagazione della fede in armi. La guerra ha una valenza spirituale, e una spiritualità che escluda completamente la guerra dal suo orizzonte religioso non è una vera spiritualità.

Solo alla fine dell’epoca delle grandi conquiste, il mondo della mistica sufi proclama la priorità del jihad spirituale: ma questo neppure per i sufi esclude il jihad armato. Per i sufi che non vogliono dedicare lunghi mesi alla guerra, sottraendoli alla meditazione, i sultani turchi – ricorda Cook – istituiscono un battaglione incaricato di decapitare i prigionieri che l’esercito riconduce a Istanbul alla fine di ogni guerra, in modo che possano ottenere anche loro in poco tempo quei meriti che si possono acquisire solo partecipando al jihad in armi. Questo conferma che lo stesso sufismo era ben consapevole che anche la via del mistico non può escludere – né di principio né di fatto – il momento militare. Questo non ha di per sé – a prescindere da deviazioni storiche, che non sono mancate – lo scopo di obbligare l’infedele a farsi musulmano, ma di sottometterlo politicamente. Benché nel Corano ci sia una differenza fra le sure del primo periodo della vita del Profeta, quando – capo di una minoranza perseguitata – invocava la tolleranza della maggioranza, e quelle del secondo periodo quando invece – al potere e trionfante – si mostrava assai meno tollerante verso gli sconfitti, nessun musulmano rinnega il versetto della seconda sura citato anche da Benedetto XVI a Regensburg: “Nessuna costrizione nelle cose di fede”. I non musulmani non vanno convertiti a forza ma privati dei pieni diritti politici e sottomessi ai credenti: nel caso dei “popoli del Libro”, cristiani ed ebrei, vanno ridotti alla condizione di dhimmi, cittadini di serie B che pagano maggiori tasse, sono discriminati da numerosi punti di vista e non possono accedere alle maggiori cariche pubbliche. Per gli altri (ma per gli indù, maggioranza schiacciante nell’India governata dai musulmani, si trovò un escamotage per assimilarli ai popoli del Libro, onde evitare all’impero Moghul una continua guerra civile) in linea di principio non vi sono diritti, ma al massimo una mera tolleranza. Il jihad in armi non mira dunque alla conversione forzata, ma alla sottomissione politico-giuridica dell’infedele. Che poi di fatto per sfuggire a questa condizione di sottomissione l’infedele spesso si converta (è il caso della maggioranza cristiana del Nordafrica, passata in pochi secoli dopo la conquista araba allo stato di piccola minoranza) è un’altra questione.

L’idea che Cook chiama “ridicola” secondo cui il “vero” jihad sia quello spirituale è un’invenzione degli islamologi occidentali a partire dal primo Novecento quando, per ragioni diverse, il maggiore islamologo, Louis Massignon (1883-1962), e il maggiore esoterista, René Guénon (1886-1951), dell’Occidente ritengono che l’islam più autentico vada cercato nel sufismo. Ma in soccorso della storia viene ora la sociologia, i cui sondaggi mostrano che quando si chiede ai musulmani comuni (non ai pochi intellettuali che vanno in televisione), sia nei paesi dove sono in maggioranza sia nell’emigrazione, che cosa evoca per loro la parola “jihad” questi rispondono a schiacciante maggioranza facendo riferimento alla guerra e non alla spiritualità. Per questo hanno ragione il Papa e le autorità saudite (che hanno confermato – e difeso – l’essenziale aspetto militare del jihad), e torto i buonisti.

Lo storico François Georgeon, nella sua monumentale biografia del sultano turco Abdulhamid II (1842-1918), ricorda che quando l’Inghilterra lo minacciò per questioni di crediti e di ferrovie, il sultano scrisse alla regina Vittoria (1819-1901) ricordando che era anche califfo di tutto l’islam e che come tale era “il custode di una terribile parola, jihad, e mi basterebbe pronunciarla perché duecento milioni di musulmani facciano dell’India britannica un lago di sangue”. La prudente regina inglese fece un passo indietro: a differenza di Chirac aveva bene inteso che, parlando di jihad, il sultano non si riferiva a un corso di esercizi spirituali.

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lunedì, 30 ottobre 2006

Ho trovato queste parole in giro per la Rete...riflettiamoci sopra!

"Se segui alla lettera il Vangelo cosa divieni? Un uomo innocuo e tollerante.

Se segui alla lettera il Corano cosa divieni? Un guerrafondaio ignorante.

Se dici che sei musulmano a Piazza San Pietro durante l'angelus cosa ti succede? Ti stringono la mano e ti dicono pace.

Se dici che sei cristiano davanti alla Pietra Nera cosa ti succede? Ti fanno a pezzi con le loro mani."

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lunedì, 30 ottobre 2006

L'Avana, 29 ott. (Adnkronos/Ign) - Fidel Castro è riapparso sugli schermi della televisione cubana dove ha pronunciato un breve discorso (Video Reuters). Era oltre un mese che il 'lider maximo', 80 anni, non compariva in pubblico. Castro, che lo scorso luglio in seguito a un intervento chirurgico al colon ha provvisoriamente trasferito i suoi poteri al fratello Raul, è apparso molto dimagrito, ma comunque in grado di camminare anche se lentamente. ''Mi hanno dichiarato morto troppo presto. Mi fa comunque piacere inviare ai miei compatrioti questo breve video'', ha detto assicurando di ''non avere alcuna paura'' del decorso postoperatorio che si sta prolungando oltre il previsto.

Ma già ieri il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, amico di Fidel, aveva rassicurato sulle condizioni di salute del 'lider maximo' smentendo dunque le voci diffuse su alcuni organi di stampa americani che lo descrivono ad uno stadio terminale o addirittura morto. "Castro già cammina - ha detto- ed esce di notte a passeggiare, in campagna e in città''. Lo ha detto, nel corso di un incontro con i produttori di cacao nello stato di Miranda.

Mah,io mi preoccuperei un po' di più di quanto dimagriscono i cubani,che in generale non mi sembrano molto in forma,nonostante il famoso (direi famigerato) sistema sanitario di Cuba.

Ad ogni modo,video alla mano,zio Fidel non mi sembra proprio in forma.....e non sono per niente dispiaciuto.Speriamo di poter festeggiare presto la fine di un dittatore e di una dittatura, che da decenni devastano un paradiso tropicale e il suo popolo,e di  fare finalmente un viaggio a Cuba senza trovare gli onnipresenti faccioni di Fidel e del Che...

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sabato, 28 ottobre 2006

Ecco una dichiarazione del nostro Ministro degli Esteri,l'on. D'Alema,che illustra benissimo il criterio con cui il governo guarda alla situazione mediorientale,e quanto i discorsi di amicizia nei riguardi di Israele siano tutte chiacchiere:

Roma, 28 ott. (Adnkronos) - ''Tutti guardano a Hezbollah dimenticando che si tratta di un movimento politico armato e non di una banda di terroristi. Confondere e' un errore. Il rischio maggiore non viene da li', ma dal terrorismo fondamentalista. Nell'ottica di al Qaeda e' intollerabile che soldati europei e soldati islamici stiano insieme sul suolo libanese''. Lo dice il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, a Bruno Vespa nel suo libro ''L'Italia spezzata - Un paese a meta' tra Prodi e Berlusconi'' in uscita da Mondadori Rai Eri sabato prossimo 4 novembre.

E'clamoroso,dico io,e aggiungo indegno,un giudizio di questo tipo,sopratutto alla luce di un recente conflitto (l'ultimo di una lunga serie),causato dalle milizie Hezbollah,tramite il lancio di razzi e di granate da mortaio,rapimenti di civili e di militari,traffico di armi con altre pericolose organizzazioni terroristiche,la preparazione e l'esecuzione di attentati,l'addestramento di kamikaze (che a parole al buon D'Alema fanno orrore,ma che nei fatti,appoggiando Hezbollah,si ritrova a non  condannare affatto).

Ovviamente un simile comportamento non è inaspettato,viste le passeggiate e gli incontri e gli abbracci di D'Alema con i rappresentanti di Hezbollah,immagini che tutti hanno potuto osservare con chiarezza sui tg, nazionali e non, in occasione della sua visita in Libano di qualche tempo fa. Ma in realtà le sue opinioni,simili a quelle di molti altri rappresentanti dei Ds e di altri partiti di sinistra,erano già note da lustri,visto che la politica antiisraeliana è un cavallo di battaglia dai tempi del PCI (già il PCI,ve lo ricordate?son sempre loro,eh,c'avete fatto caso?).

Il fatto che sia roba vecchia,però non toglie  che sia vergognosa (oltre che politicamente improduttiva su più di un versante),ed essere rappresentati all'estero da un ministro che considera Hezbollah un semplice partito politico quando è invece responsabile di chissà quanti morti,a me disgusta.

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sabato, 28 ottobre 2006

«Hanno detto che mi avrebbero tagliato la testa»

 

"Il cristianesimo è una religione velenosa". "Solo l'Islam possiede la verità". "Chi si occupa di politica o tenta il dialogo è un infedele e va punito". Sono frasi preoccupanti, quelle che Abderrahmane Kounti ha sentito alla cerimonia del Ramadan e ora ha dettato a verbale agli uomini della Digos. La polizia, che sta indagando nella massima riservatezza sulle posizioni estremiste che sarebbero emerse nella preghiera di fine digiuno a Paderno di Ponzano, ha infatti interrogato a lungo, l'altra sera, il mediatore culturale marocchino che era stato pesantemente minacciato. "Quelle parole le hanno pronunciate alcune persone in sala e non sono state contestate dagli Imam", ha dichiarato Kounti senza tema di smentite.
E' consumata l'irrimediabile rottura tra le due anime dell'islam trevigiano, quella più moderata e quella invece che nasconderebbe contorni inquietanti. E ora gli investigatori della Questura sono decisi a capire cosa sia davvero successo nei giorni scorsi a Paderno di Ponzano, dove la fine del mese sacro agli islamici è stata rovinata da liti, con momenti di forte tensione.
Kounti annuncia a breve la consegna negli uffici di via Carlo Alberto di una denuncia formale per minacce. Lanciate a lui e ai suoi cari: "Mi hanno minacciato di morte ma io non li temo e voglio che venga fatta chiarezza per isolare questi fanatici" dichiara il mediatore, impegnato da anni nel campo della mediazione e del dialogo. Ma cosa è accaduto nell'oratorio messo a disposizione dal parroco di Paderno, proprio grazie all'interessamento di Kounti? I problemi sono nati qualche mese fa, esplosi però solo sabato, durante il momento di preghiera serale del Ramadan. "Stavamo pregando come al solito - racconta Kounti - quando in sala sono entrate delle persone che non conoscevo e hanno lanciato parole pesanti contro la religione cristiana e contro chi dialoga con essa, coprendo la croce dell'oratorio. Al grido di Allah Akbar (Allah è grande) si sono diretti verso di me minacciandomi di morte, gridando che mi avrebbero tagliato la testa". A questo punto, spaventati, diversi immigrati sono scappati. "Io mi dissocio da tutto questo e porterò avanti la mia battaglia", promette Kounti che dichiara di aver raccolto già testimonianze verbali ma anche fotografiche e video, grazie all'aiuto dei telefonini dei presenti.

(Il Gazzettino)

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venerdì, 27 ottobre 2006
SOSPESO DA SERMONI MALGRADO SCUSE MUFTI D'AUSTRALIA

SYDNEY - Non sono bastate le scuse ed è stato sospeso dalla predicazione per due-tre mesi il muftì d'Australia, sceicco Taj Din al-Hilali, nell'occhio del ciclone per un sermone in moschea in cui aveva paragonato le donne che vestono in modo provocante e che sono stuprate a 'carne abbandonata che attrae gli animali voraci'.

Scusandosi con tutte le donne che si sono sentite offese dalle sue parole, ha spiegato che parlava solo delle cause che portano alla fornicazione e che egli condanna senza riserve lo stupro. Hilali, il religioso musulmano di più alto grado nel Paese, é stato tuttavia sospeso dalla predicazione nella maggiore moschea di Sydney per i prossimi due-tre mesi. L'Associazione musulmana libanese, che amministra la moschea di Lakemba, nell'annunciare oggi la decisione presa dopo una riunione urgente dei responsabili musulmani di Australia a Sidney, ha espresso disapprovazione per le parole del religioso pur accettandone le scuse. "Sarebbe come gettare benzina sul fuoco, se continuasse nel frattempo a predicare", ha detto il portavoce Abdul El Ayoubi. Ha aggiunto però che le parole del muftì, che citava un antico studioso islamico, sono state male interpretate come è avvenuto di recente con il papa Benedetto XVI.

"Il papa ha citato un imperatore bizantino e ha offeso il nostro profeta, e lo sceicco ha fatto qualcosa di simile". Alcuni esponenti della comunità musulmana avrebbero però preferito misure più drastiche contro il religioso che oggi ha assistito da fedele alla preghiera del venerdì. Quando Hilali é uscito dalla moschea attorniato da fedeli, i giornalisti gli hanno chiesto quando si sarebbe dimesso. "Quando il mondo sarà ripulito dalla Casa Bianca", ha risposto Nel suo sermone per la fine del Ramadan, Hilali aveva affermato che le aggressioni sessuali non accadrebbero, se le donne indossassero la hijab e rimanessero a casa. "Se prendete della carne non coperta e la mettete fuori all'aperto, i gatti vengono e se la mangiano. Di chi è la colpa, dei gatti o della carne scoperta?" aveva detto.

In un comunicato diffuso oggi, il religioso ha assicurato di aver voluto solo proteggere l'onore femminile, e che le donne in Australia hanno la libertà e il diritto di vestirsi come vogliono. In precedenza, il premier australiano John Howard aveva dichiarato che se la traduzione del sermone del muftì era corretta, egli condannava senza riserve le sue affermazioni. "Non sta a me dire che posizione egli debba tenere entro la fede islamica, ma come premier dico che respingo totalmente la nozione che la maniera in cui le donne si vestono, in cui si comportano, possa in qualche maniera essere usata come giustificazione per lo stupro", ha detto. Il premier Morris Iemma del Nuovo Galles del sud, di cui Sydney è capitale, sostiene che Hilali debba dimettersi, e che la sospensione per due mesi dai sermoni non è accettabile. "Dovrebbe andarsene. Le sue parole sono completamente fuori luogo rispetto al comportamento accettabile in questo Paese", ha detto. Gli ha fatto eco il vice ministro federale per gli Affari multiculturali, Andrew Robb, che spera sia la comunità musulmana a convincere lo sceicco a dimettersi.

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giovedì, 26 ottobre 2006
ISLAM: CARICATURE MAOMETTO, CORTE DANESE ASSOLVE GIORNALE

COPENAGHEN - I responsabili del quotidiano danese Jyllands-Posten sono stati assolti da un tribunale danese dall'accusa di aver offeso la religione islamica con la pubblicazione, nel settembre 2005, delle controverse caricature su Maometto. Davanti alla corte di Aarhus (cittadina del centro del Paese), il redattore capo, Carsten Juste, e il responsabile delle pagine culturali del giornale, Flemming Rose, erano stati portati dalla denuncia di sette associazioni musulmane danesi. Il tribunale, nella sentenza, ha stabilito che le caricature "non avevano un carattere di offesa" nei confronti di Maometto o dell'Islam, anche se il testo di accompagnamento poteva rivelare" disprezzo o derisione". Le associazioni musulmane danesi avevano invece denunciato i disegni perché rappresentavano, a loro avviso,"un attacco all'onore dei credenti", in quanto rappresentavano " il profeta come un individuo bellicoso e criminale" e stabilivano "un chiaro legame tra Maometto, la guerra e il terrorismo". La pubblicazione delle vignette, riprese poi da altri giornali europei, aveva provocato un'ondata di proteste e manifestazioni, anche violente, in tutto il mondo musulmano e innescato una grave crisi nei rapporti tra l'Occidente e e le popolazioni islamiche.

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mercoledì, 25 ottobre 2006
Non porta il burqa, olio bollente sulla moglie
Botte ai figli per farli diventare bravi musulmani. Immigrato denunciato e allontanato da casa
Olio bollente sulla moglie, accusata di non essere una buona musulmana e di non indossare il burqa. Calci e pugni ai tre figlioletti «rovinati dai maestri cristiani». Vergate tirate con il batti materassi e il calzascarpe sia ai due maschietti più piccoli — uno frequenta l'asilo, l'altro la scuola elementare — sia alla loro sorellina più grande, iscritta alle medie. E poco importava che i tre bimbi gridassero e piangessero disperati implorando di lasciarli stare.

Per farli crescere «buoni musulmani» il padre li svegliava all'alba d'ogni mattina per la prima delle cinque preghiere obbligatorie da recitare durante il giorno. «Non mi interessa se fate i compiti che vi danno in quella scuola di infedeli — ripeteva ai figlioletti assonnati e terrorizzati — dovete pregare e basta... dovete studiare il Corano». E se la moglie, come accadeva spesso, cercava di mettersi in mezzo, il batti materassi e il calzascarpe calavano anche su di lei. Prima le botte, tante, eppoi gli insulti. «Non sei una buona madre e non sei una buona moglie... sei solo una donnaccia... suicidati, vai sul balcone e buttati di sotto...».
Un padre padrone, Shaid Ullah, 48 anni, nato in Bangladesh, arrivato in Italia giovanissimo, un lavoro porta a porta e un appartamento alla periferia di Milano. Una casa modesta che l'altra mattina, su ordine della magistratura, l'uomo ha dovuto lasciare in fretta sotto gli occhi dei carabinieri. Contro di lui un provvedimento cautelare di allontanamento chiesto dal pm Silvia Perrucci e ordinato dal gip Enrico Manzi, che lo ha già interrogato.
A denunciare i maltrattamenti sono stati i vicini. Preoccupati per le grida e il fracasso di mobili trascinati che ancora una volta arrivavano da dietro quelle mura, si sono decisi a chiamare i carabinieri. «Che volete da me — ha abbozzato lui a difesa — qui non sta succedendo proprio nulla, le solite malelingue... Andate via...». Ma i carabinieri non se ne sono andati. A parlare c'erano i lividi della moglie, i segni dell'olio bollente che marchiavano la sua carne, così i militari hanno scoperto tutto e hanno fatto intervenire la magistratura. In lacrime, la moglie ha poi raccontato il resto. Le violenze, le umiliazioni, il terrore dei figli prima di andare a dormire, le loro difficoltà a scuola, costretti com'erano a lasciare perdere i compiti assegnati dalle maestre per studiare invece l'arabo e il Corano sotto la minaccia del batti materassi. Un inferno.
«Figuratevi — ha confidato la donna agli inquirenti — ho persino dovuto nascondere a mio marito che nostra figlia non è più una bambina ma è diventata una ‘signorina'. Voleva saperlo per obbligarla a mettere il burqa... Me lo chiedeva ogni giorno, oramai, una vera ossessione per lui... L'avrebbe costretta a coprirsi e l'avrebbe ammazzata di botte se non avesse obbedito...».
E lui, il padre padrone? Nega ogni cosa. Nega di avere gettato l'olio bollente addosso alla moglie, nega di avere picchiato i figli e di essere ossessionato dal burqa. Ora vive in casa di alcuni amici, un po' qui e un po' là per Milano. In tasca l'ordine tassativo di non avvicinarsi alla sua strada.
Biagio Marsiglia
25 ottobre 2006
Questo serve a spiegare con l'appoggio dei fatti il mio post di stamattina,un po'breve,e a rischio d'essere frainteso.Alla luce di cronache  simili, invece, ripeto con decisione quello che ho scritto: BASTA immigrazione selvaggia, e, comunque e sopratutto, BASTA con l'immigrazione MUSULMANA.
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mercoledì, 25 ottobre 2006

(ANSA) - ROMA, 25 ott - Gli immigrati regolari in Italia nel 2005 hanno superato i 3 milioni: sono 3.035.000 secondo le stime dell'annuale rapporto Caritas-Migrantes, presentato oggi. Si tratta di una cifra che ha quasi raggiunto quella degli emigrati italiani nel mondo (3.150.000). Il rapporto conferma che il trend (circa 300 mila entrate in più ogni anno) porterà ad un raddoppio della presenza di immigrati fra dieci anni e vedrà superati i valori che oggi si riscontrano in Germania ed Austria. C'é un immigrato ogni 20 italiani (1 ogni 16 al nord, 1 ogni 15 al centro). L'incidenza sulla popolazione italiana è del 5,2%. Gli immigrati - rileva il dossier - "diventeranno sempre più l'unico fattore di crescita demografica in grado di rimediare alla prevalenza dei decessi sulle nascite". Roma e Milano detengono, rispettivamente l'11,4% e il 10,9% della popolazione straniera. La Lombardia è la prima regione perché accoglie da sola quasi un quarto del numero complessivo. Al Nord si trova il 59,2% degli stranieri, al centro il 27% e nel meridione il 13,5%.

E se contiamo pure quelli clandestini,quanti sono?BASTA.

E non è una questione di razza,sia chiaro,ma di preservazione della nostra identità culturale (lingua,religione,storia).Ma a chi importa?

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